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LETTURE/ Il nuovo capitalismo, Polifemo, Ulisse e gli "esclusi"

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Max Weber (1864-1920) (Immagine d'archivio)  Max Weber (1864-1920) (Immagine d'archivio)

Così il conflitto fondamentale della società diventa non quello dentro la fabbrica (imprenditore-lavoratore) ma quello tra redditieri e mondo dell'impresa nel suo insieme (lavoro e imprenditori). Infine, che il capitalismo abbia bisogno di uno "spirito" lo aveva capito non solo Max Weber all'inizio del Novecento, ma molti altri autori, tra i quali il nostro Amintore Fanfani, uno storico economico oggi da rivalutare.

Lo stesso Weber, e poi il filosofo Walter Benjamin, si erano spinti ancora più avanti, arrivando a sostenere che il capitalismo fosse una vera e propria religione: "nel capitalismo bisogna scorgervi una religione, perché nella sua essenza esso serve a soddisfare quelle medesime preoccupazioni, quei tormenti, quelle inquietudini, cui in passato davano risposta le cosiddette religioni. … In Occidente, il capitalismo si è sviluppato parassitariamente sul cristianesimo" (Il capitalismo come religione, 1921). E con capacità profetica aggiungeva: "In futuro ne avremo una visione complessiva". Oggi infatti il capitalismo finanziario si trova difronte al rischio di diventare il "sistema di Polifemo", che non inglobava gli ospiti, ma li divorava. Il dominio della rendita sui flussi di lavoro e di reddito (e quindi la diminuzione degli investimenti nelle imprese), se esteso su scala globale può portarci in un mondo dove la disoccupazione di grandi masse di cittadini può diventare una condizione stabile per un terzo della popolazione mondiale. 

E la domanda cruciale diventa come si comporterà questo terzo: come Ulisse? Ovviamente, la visione di Magatti e Gherardi si muove in una prospettiva generativa di speranza, ma non per questo può evitarci di porci anche queste altre domande difficili.

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