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LETTURE/ Il nuovo capitalismo, Polifemo, Ulisse e gli "esclusi"

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Max Weber (1864-1920) (Immagine d'archivio)  Max Weber (1864-1920) (Immagine d'archivio)

Un certo capitalismo, quello che abbiamo conosciuto prima della globalizzazione, è morto per sempre, ma lo spirito del capitalismo è vivo; si è solo trasformato, e continua a soffiare forte sulla terra. La crisi finanziaria del 2007 è stata l'esplosione di un processo iniziato almeno a partire dagli anni ottanta del secolo XX, ma è un punto di non ritorno. Se vogliamo, allora, capire che cosa sta accadendo al nostro mondo (e quindi al nostro capitalismo), dobbiamo prendere coscienza che siamo dentro una profonda trasformazione che ci porterà altrove, della quale si intravvedono già primi segnali – la "nuova ecologia politica" e i nuovi indicatori di benessere; il convivialismo e nuovi stili di vita attorno ai beni comuni; l'economia della contribuzione teorizzata da Bernard Stiegler; la generatività tipicamente italiana di cui è capofila lo stesso Magatti. 

Questi segnali vanno interpretati non come eccezioni ad una regola (quella del capitalismo di ieri), ma come primizie di un nuovo raccolto, che potrà essere, per gli autori, anche più buono e "prospero" di quelli che abbiamo conosciuto. L'avvento di quello che chiamano "capitalismo a valore contestuale".

È questa la tesi del libro di Magatti e Gherardi (Una nuova prosperità, Feltrinelli, 2014), un libro che va letto soprattutto per le grandi domande che pone, e poi per le prospettive che apre – e anche per le domande che non pone direttamente, ma che ci suscita. Prendendo le mosse da un classico come Max Weber (L'etica protestante e lo spirito del capitalismo) e dal più recente trattato dei sociologi francesi Luc Boltansky e Eve Chiapello (Il nuovo spirito del capitalismo), Magatti e Gherardi ci dicono che il moderno spirito del capitalismo è costituito soprattutto dalla sua capacità di riciclare le critiche che ha incontrato lungo la sua storia (recente), inglobarle e farle diventare principali fattori di cambiamento e di innovazioni. 

Così, le critiche "sociali" (socialiste, comuniste, operaie, ambientaliste …) e quelle "estetiche" (degli intellettuali, dei creativi, degli artisti), invece di provocare il crollo del capitalismo, sono state incorporate dando vita ad nuovo capitalismo. Così un capitalismo fondato su valori che erano visti, nel Novecento, in antitesi ad altri valori diversi e non riconducibili ad unum (libertà vs eguaglianza; efficienza vs equità; sviluppo vs ambiente; quantità vs qualità; standardizzazione vs creatività; consumo vs spiritualità; ecc.), negli ultimi decenni si è mostrato capace di riciclare e sciogliere molte di queste antitesi.

Così nelle imprese, soprattutto in quelle grandi, assistiamo sempre più allo sviluppo di bilanci sociali, di social business, di attenzione al benessere lavorativo, alle pratiche di attenzione alle pari opportunità di genere, fino ai recenti concetti di "capitale simbolico" o "spirituale" dell'azienda. 



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