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GROSSMAN/ Quando è il male a "provocare" il bene

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Vasilij Semënovic Grossman (Immagine d'archivio)  Vasilij Semënovic Grossman (Immagine d'archivio)

Grossman sorprende in quel Bambino dal «viso adulto», dagli «occhi tristi e gravi… che vedono e conoscono il destino», l'umano nell'uomo: quell'umano che proprio l'orrore del secolo ha saputo rendere una scoperta miracolosa, lo stesso umano che «ha continuato a esistere su tutte le croci a cui l'hanno inchiodato e in tutte le prigioni in cui lo torturavano. È rimasto nelle cave di pietra, ai cinquanta gradi sotto zero nei boschi da tagliare nella tajga, nelle trincee allagate vicino a Przemysl e Verdun. È rimasto vivo nell'esistenza monotona degli impiegati, nella miseria delle lavandaie e delle domestiche, nella loro lotta estenuante e vana con il bisogno, nella fatica spenta, senza gioia, delle operaie in fabbrica. La Madonna con il bambino è l'umano nell'umano: sta in questo la sua immortalità. La nostra epoca guarda la Madonna Sistina e vi intuisce il proprio destino». E continua: «Che cosa diremo al cospetto del tribunale del passato e del futuro, noi uomini vissuti all'epoca del nazismo? Non abbiamo giustificazioni. Diremo che non c'è stata un'epoca più dura della nostra, ma che non abbiamo lasciato morire l'umano nell'uomo. E accompagnando con lo sguardo la Madonna Sistina, continuiamo a credere che vita e libertà siano una cosa sola, e che non ci sia nulla di più sublime dell'umano nell'uomo. Che vivrà in eterno, e vincerà». 

Ma non è la questione della colpa che sta al centro del discorso di Grossman. La vera questione è invece una domanda, che scoppia ad un certo punto, nel brano sulla Madonna Sistina: «Perché siamo vivi?». Una domanda da cui non si può tornare indietro: e che proprio il dramma del vivere, invece di annichilire, solleva e incrementa: e a cui l'uomo continua a rispondere cercando, aspettando quello sguardo, come quello della Madonna di Raffaello – uno sguardo in cui l'umano dell'uomo possa dire di aver trovato un'irrevocabile vittoria, che «la vita, se anche muore, non è comunque sconfitta».   



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