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EUGENIO CORTI/ Dalla Russia al Pacifico, un "cantastorie" al servizio di Dio

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Truppe italiane dopo l'8 settembre '43 (Immagine d'archivio)  Truppe italiane dopo l'8 settembre '43 (Immagine d'archivio)

Nelle parole di Eugenio Corti la vita e la scrittura abitano la medesima casa. E il lettore di ogni tempo e luogo scopre di farne parte. Non c'è storia umana che non trovi spazio e respiro nello sguardo e nella penna di Corti. Lui, del resto, si è sempre descritto come un cantastorie: la sua capacità di incantare narrando trova in Omero un maestro riconosciuto fin dai tempi del ginnasio.

Sulla dote innata si innesta la forza delle esperienze vissute, a partire dalla ritirata di Russia. Qui il giovane Eugenio, ufficiale di artiglieria, sente l'urgenza di cercare il senso ultimo dell'abisso di disumanità in cui si trova immerso, superando la ricerca delle cause politiche o delle strategie militari per giungere al cuore dell'uomo. 

Per questo nel diario I più non ritornano (1947) lo spazio della pagina è tutto dei fatti: dei piedi congelati, della fame, del ripiegamento senza munizioni sotto il fuoco nemico, dei compagni rimasti mucchietti di carne e stracci ghiacciati ai bordi della pista, mentre la colonna sempre più lacera ed esigua dei soldati italiani si ritira. 

Vive della realtà la potenza letteraria di un'opera dai tratti unici nella memorialistica sulla seconda guerra mondiale. Lo scarpinare senza sosta verso la salvezza si fa cammino alla scoperta di sé, al punto da vincolare la vita stessa alla vocazione: Eugenio – 21 anni - promette alla Madonna che, se fosse scampato all'inferno russo, avrebbe messo la propria penna a servizio del Regno di Dio.

La guerra di Liberazione dell'Italia, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, segna una nuova tappa del suo percorso di formazione: pur repubblicano, sceglie di combattere nell'esercito regolare per restare fedele al proprio giuramento, alla propria identità di ufficiale. E di ufficiale italiano, che cammina e combatte per riprendersi la patria e il futuro. Il romanzo storico Gli ultimi soldati del re dà conto del senso di quell'esperienza: per l'autore-protagonista la patria da difendere non è un'astrazione, ma è l'eredità dei nostri padri, sono «i nostri famigliari e l'altra gente come noi; (…) è il nostro paese e la nostra casa». La patria è la possibilità di «vivere come intendiamo noi, e tirar su in pace i nostri figli: non come estranei, ma italiani e cristiani, con i sentimenti giusti».

Nella scrittura di Corti - a ben vedere - la via maestra è sempre quella che porta a casa, alla vecchia casa color giallo ocra che ti aspetta dietro ogni pagina del suo capolavoro, Il cavallo rosso, e alla casa del Padre su cui si chiude il romanzo. La casa vive negli occhi acuti e autentici di un uomo che entra a testa alta nel dramma della storia, perché vuole vedere, capire, raccontare il mondo, senza tacere quel barlume di verità e di bellezza che traluce da ogni istante.



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COMMENTI
02/03/2014 - Una domanda su Eugenio Corti (Giuseppe Crippa)

Mi piacerebbe chiedere a Paola Scaglione se Eugenio Corti si è mai espresso sul fatto che anche nella sua terra, la Brianza, la presenza di sempre più numerosi stranieri che vi giungono in cerca di lavoro e di condizioni di vita dignitose pone nuovi problemi. Sono certo che lui saprebbe far ben coesistere la comune umanità e quando possibile la comune fede cristiana, pur filtrata attraverso sensibilità e tradizioni diverse, con il rispetto della mentalità e del modo di pensare locali e sono ben felice del fatto che chi di queste difficoltà ha fatto una bandiera non si sia mai permesso di arruolarlo, ma sarei curioso di sapere – magari in un prossimo articolo – cosa Corti pensasse in merito.