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IL CASO/ Pietro Mennea, l'eroe (umile) di un'Italia che viveva di traguardi

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Pietro Mennea (1952-2013) (Immagine d'archivio)  Pietro Mennea (1952-2013) (Immagine d'archivio)

A un anno dalla sua scomparsa lo ritroviamo alla linea dei 200 metri, Pietro Mennea, chino sui blocchi di partenza. Siamo a Barletta, 1965: un ragazzino smilzo del Sud ha cominciato a correre sfidando le macchine della cittadina, e straordinariamente riesce ad uscirne vincitore ogni volta. Non interessano ancora le distanze, le prime settimane di attività Pietro le spende addirittura come marciatore, diretto poi alla velocità dopo esser stato visto aggredire la salita di Porta Marina a Barletta senza mai cedere, come in apnea. 

Gli allenamenti si svolgono su una pista malmessa, l'unica allora disponibile, senza grandi attrezzature. Il dono di allenarsi su quei campi ha permesso di potenziare i muscoli e di correre con una motivazione profonda, quasi di stampo sociale. Perché nessun campione può nascere da un atleta che non voglia diventarlo o che non abbia motivazioni per esserlo. Lo storico allenatore Carlo Vittori legge nella corsa di quel ragazzino introverso la potenza antica dei grandi atleti che spesso si cela nei muscoli non ancora formati. Così Pietro si allontana, scatta dai blocchi davanti ai nostri occhi, ed entra nel Centro Federale di Formia, dove sono solo lui e la pista. Una pista che saluta alla mattina entrando e la sera uscendone, come un appuntamento tra innamorati. «Non è un sacrificio eccessivo?» gli chiedono spesso i giornalisti, «No, mi piace da morire» è la risposta fissa.

I primi 100 metri sono sempre stati i più sofferti per l'atleta barlettano e per correrli ci sono voluti ogni anno 350 giorni di allenamento: un culto del sacrificio che rese Mennea campione di preparazione, prima che di pista. Un uomo capace di sostenere la solitudine, con la volontà quale unico mezzo per vincere i muscoli di fattura sovietica e statunitense. L'atletica italiana di quegli anni ha avuto questo come distintivo: magari senza l'abito adatto, portava la nobiltà umile di battersi fino all'ultimo metro. «Il nostro carattere è come un diamante, è una pietra durissima ma ha un punto di rottura». Tutta la preparazione stava nel temprare quell'unico punto: «La fatica non è mai sprecata, soffri ma sogni». Gli allenamenti di Pietro arrivavano a contare 25 ripetute di 60 metri e 10 di 150 metri, che per chi se ne intende significa finire con i muscoli così carichi di acido lattico che stare in piedi risulta quasi impossibile. 

Lo rivediamo percorrere la curva dei 200 metri di Città del Messico 1979, in settima corsia dopo 11 anni dal record del tanto stimato campione Tommy Smith. Mennea ruba il tempo che lo renderà primatista del mondo con un esorbitante 19"72, risultato commentato con le lacrime agli occhi: «Questo sport è umile e io sono partito con umiltà». 



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COMMENTI
21/03/2014 - Chi non ha mai amato... (Francesco Giuseppe Pianori)

Chi non ha mai amato Mennea? Avverto ancora in me 65enne il fascino di quell'uomo, l'esempio a non mollare mai in qualsiasi impresa, fosse anche lo studio o la realizzazione di un desiderio, la commozione e il sano orgoglio di essere italiano come lui, figlio di un popolo che viene fuori quando il gioco si fa duro e nessuno si aspetta che tenga. Mennea è stato un esempio forte per noi giovani di quegli anni. Mi piaceva correre, mi piacerebbe ancora adesso che non ce la faccio più per le gambe che non tengono ed il fiato che manca e diventa sempre più corto. Chi non ama Menna e non lo ringrazia nel cuore per quello che è stato? Da buon cristiano e figlio del Sud?