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1914-2014/ Rebora e Ungaretti, la guerra e il "miracolo" della poesia

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Giuseppe Ungaretti sul fronte orientale, nel 1917 (Immagine d'archivio)  Giuseppe Ungaretti sul fronte orientale, nel 1917 (Immagine d'archivio)

Tra Ungaretti e Rebora la differenza anagrafica è minima: Rebora è nato nel 1885 e Ungaretti tre anni dopo, ma i percorsi esistenziali sono completamente differenti, per cui sarebbe sbagliato dire che i due arrivano allo stesso modo. Quel che li accomuna è da un lato una sensazione di euforia, entusiasmo, tensione, ribollimento interiore a cui si accompagna il rodimento del vuoto, come se questa energia, questo sistema di pulsioni che in fondo sono tipici dell'età che va dai venti ai trent'anni non trovassero una ragione. È  per questo allora che la guerra, dall'esterno, in anticipo, può apparire alle grandi schiere di interventisti come una ragione. Ungaretti, che si accinge alla guerra si autodefinisce «grumo di sogni». È impressionante nella sua icastica bellezza questa immagine con cui entra nel conflitto; definisce la propria divisa una culla, qualche cosa che a mia conoscenza non ha analoghi nelle letterature di ogni epoca. La divisa, strumento dell'offesa, della violenza, del dolore come l'oggetto, talismano che consente il recupero di quella maternità e paternità perduti da quella generazione e che soltanto consentono all'individuo di sentirsi a casa; questo manca a questa generazione: una casa. La parola patria e la parola popolo circoscrivono questa dimensione, questo spazio che è quello che accomuna una drammatica autoillusione, che ci si aspettava di poter trovare in quel conflitto. Soprattutto in Ungaretti, ma anche in Rebora vi è la spinta, il sentimento, il desiderio di fare il proprio dovere nella difesa di una patria che si voleva difendere proprio per rivendicare in primo luogo a se stessi il bisogno di una tradizione. Abbiamo sentito dire dal primissimo Ungaretti: qui la meta è partire.

Penso agli anni giovanili di Rebora, alla sua tesi su Leopardi, la sua ricerca di un linguaggio attraverso cui esprimere questa profonda inquietudine. La guerra diventa sia per Rebora sia per Ungaretti un modo per ritrovare la parola. Cosa nasce di nuovo a livello poetico? Non è un problema estetico, è un problema quasi metafisico, è un ritrovare il canto, la memoria…?
Mi piace molto questa domanda, salto una riflessione di tipo linguistico-stilistico… Non so se si faccia caso quanto alta sia la densità di verbi nella poesia di Rebora, mentre sono quasi completamente assenti in quella di Ungaretti. È il sintomo che denuncia una posizione completamente diversa. Il verbo è lo strumento attraverso cui Rebora rappresenta una tensione che passa attraverso le cose, la vita, i giorni. Quella di Ungaretti è una poesia tutta illuminata dal singolo istante. Arrivando al punto: che cosa è la parola poetica? C'è una poesia molto famosa che le cito subito, che conclude la sezione Il Porto sepolto. Si intitola Commiato ed è la risposta alla domanda che mi ha posto: «Gentile / Ettore Serra / poesia è il mondo l'umanità / la propria vita». Poesia è tutto, è in tutto quello che ci circonda, è in tutto quello che siamo e di cui siamo fatti, ma è decisivo come prosegue: «poesia è il mondo l'umanità / la propria vita / fioriti dalla parola». 



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