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1914-2014/ Rebora e Ungaretti, la guerra e il "miracolo" della poesia

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Giuseppe Ungaretti sul fronte orientale, nel 1917 (Immagine d'archivio)  Giuseppe Ungaretti sul fronte orientale, nel 1917 (Immagine d'archivio)

Ungaretti gioca sulla immagine del verbo, participio passato, quindi un verbo in funzione di aggettivo e della preposizione articolata. La parola, non una qualsiasi, ma quella che soltanto i poeti sanno trovare, possiede il potere religioso di far fiorire la vita. Mi è stato chiesto tante volte se esista tra questa scoperta e l'esperienza della guerra un rapporto deterministico. Evidentemente di fronte a quesiti del genere non esistono risposte. Ci sarebbe arrivato lo stesso? Chi lo sa! Ma non importa, quel che conta è l'immagine decisiva che Ungaretti consegna a tutta la civiltà, non solo letteraria ma umana, del suo tempo e dei tempi che sono poi venuti intorno alla preziosità, al bisogno che l'uomo ha di una parola poetica − ma qui poetica vuol dire semplicemente vera, che possieda il magico tocco di rivelarci la poesia, cioè la sostanza autentica che è quella del mondo e di noi −. Vi faccio un esempio: ci siamo alzati tutti stamattina, abbiamo tutti vissuto un mattino. Quanti lo hanno pensato nella sua parola poetica, come ce lo restituisce la parola di Ungaretti: «Mi illumino / di immenso»? Questo è il mattino di un poeta e per questo la parola di un poeta è necessaria al nostro vivere più di tante altre cose.

Il mistero che trasfigura il nulla, il deserto della vita priva di senso. Motta ricordava come la poesia di Ungaretti riscopre "il mondo, l' umanità, la propria vita" e diviene così espressione di tanti giovani, molti dei quali vittime dei totalitarismi incombenti in Europa.
Osservando vicende attuali, nei margini della vita, le periferie esistenziali come nei confini di vecchi imperi, si può misurare una simile drammaticità, "chiuso fra cose mortali (anche il cielo stellato finirà) perché bramo Dio?". Di questo scenario, attraverso i testi di Junger e Gadda, letti da Popolizio, dialogheranno Luca Doninelli e Paolo Mieli lunedì 24 marzo al Centro San Fedele di Milano, due protagonisti che hanno profetizzato l'avvento, dal soldato sul fronte della guerra alla costruzione dell'uomo massa, dell'operaio anonimo delle società totalitarie, l'individuo "senza qualità" dei lager come dei gulag.

(Gian Corrado Peluso)



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