BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

1914-2014/ Rebora e Ungaretti, la guerra e il "miracolo" della poesia

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Giuseppe Ungaretti sul fronte orientale, nel 1917 (Immagine d'archivio)  Giuseppe Ungaretti sul fronte orientale, nel 1917 (Immagine d'archivio)

"Profondo è il pozzo del passato" scriveva Thomas Mann nelle prime righe delle storie di Giacobbe, e ogni generazione ritorna ad esso per comprendere il proprio presente, la responsabilità cui si è chiamati.
La Grande Guerra è sicuramente un tornante che ha costituito l'identità dei popoli europei e le vicende che drammaticamente hanno segnato il destino politico del Novecento, "il secolo breve" come lo ha definito Hobsbawm, iniziato con la Rivoluzione russa e concluso con la caduta del Muro di Berlino. Il ciclo organizzato dal Centro Culturale di Milano vuole fare memoria di quelle figure e di quelle parole, di quella attesa inquieta, di quegli ideali che mobilitarono in tutta Europa milioni di giovani. Proprio tale tratto è emerso con forza anche nel commovente intervento-video della scrittrice di origine armena Antonia Arslan la sera del 17 marzo nel dialogo con Uberto Motta, docente di letteratura italiana nell'Università di Friburgo (Svizzera), conversando sui due grandi poeti soldato, Clemente Rebora e Giuseppe Ungaretti. Chi poteva, e può oggi, rispondere a quella inquietudine, a quell'ansia di impegno destata dalla realtà? Sui fronti tragici della guerra, in questo "Calvario" d'Italia, il cuore di quei poeti ritrovò l'eterno.

Quale uomo entra nel 1914 e quale uomo ne esce? Attese speranza, inevase. Forse nasce in modo nuovo e strutturato un grido?
Direi che è proprio così. I testi che abbiamo ascoltato ci hanno proprio fatto toccare con mano come la generazione dei ventenni e trentenni che si affaccia nel 1914 alla guerra porta con sé un carico di euforia, di desiderio, di tensione, ma che cela come al suo interno il rovello del vuoto, il bisogno di una identità che la nuova situazione culturale italiana ed europea dei decenni precedenti aveva reso molto forte. Tale per cui la guerra può sembrare una soluzione, può sembrare l'espressione di un dovere, di una difesa della patria, la ricerca di un senso. Esce una generazione apparentemente sconfitta perché ha visto naufragare i propri ideali e i propri sogni ma per questo esce una generazione più ricca nella misura in cui, più povera, è stata provocata a ritornare sull'essenziale, a ritornare cioè su quali possano essere le risposte a un grido che si è fatto radicale. Il desiderio che si tramuta in grido e allora scopre che a questa interrogazione la risposta non è più circoscrivibile dentro un universo semplicemente immanente.

Ma qual è la forza che muove la poesia dopo un'esperienza del dolore? È solamente cultura?
Direi proprio di no, forse autori come Rebora e Ungaretti ce lo fanno sentire con palpabile evidenza: la poesia non è cultura, la poesia è bisogno. Così come l'uomo ha bisogno di bere o di mangiare ha bisogno di una parola vera; parola poetica e parola vera sono da intendersi come assolutamente sinonimi. La poesia quando è tale è sempre verità. Ungaretti diceva: poesia è il mondo, l'umanità, la propria vita, fioriti dalla parola; e l'immagine del fiore è quella che serve a Ungaretti per dire che soltanto filtrata dagli occhi del poeta la realtà dischiude quella bellezza che ha sempre in sé. Il poeta non aggiunge niente, fa soltanto vedere.

Giovani che vanno volontari alla prima guerra mondiale, entusiasti di dare anche la vita. La domanda che sorge è: come arrivano Ungaretti - uomo che cercava un riscatto, una patria, una terra perduta, una terra promessa - e questa generazione al conflitto mondiale?



  PAG. SUCC. >