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LETTURE/ Quel cattolicesimo "nascosto" in Whitman, London e Carver

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Walt Whitman (1819-1892) (Immagine d'archivio)  Walt Whitman (1819-1892) (Immagine d'archivio)

L'elemento comune a tutti è la predilezione per un'arte narrativa e poetica che deve aiutare l'uomo a «uscire dal labirinto del soggettivismo» (p. 125), in quanto «non è pura espressione del sentimento o fantasia, ma segue naturalmente alla visione chiara e intensa delle cose» (p. 31). Se in un Jack London (1876-1916) ciò significa che egli si conosce non dalle idee ma «dalle storie che racconta» (p. 107), il confronto col cattolicesimo diventa più stringente nella descrizione della vita «da rasoterra» presente in Raymond Carver (1938-1988), dove il non accadere «nulla di particolarmente significativo» apre a una dimensione di «realismo umanista» (p. 203) che chiama in causa la modalità del rapporto conoscitivo dell'uomo con la realtà. 

Cosa devono aver visto, sotto e oltre la superficie misurabile e oggettiva delle cose, Jack Kerouac (1922-1969), per convincersi che il peccare lo autorizzava a definirsi «non un "beat" ma uno strano pazzo mistico cattolico» (p. 292), e Flannery O'Connor (1925-1964), quando descrive così uno dei suoi personaggi: «c'era in lui il profondo nero inespresso convincimento che il mezzo per evitare Gesù consistesse nell'evitare il peccato» (p. 264)?

Per rispondere a questa domanda, la lettura del volume di Spadaro va accompagnata almeno da un primo accostamento alla figura di John Henry Newman, iniziatore, con Perdita e guadagno (1848), della letteratura cattolica in lingua inglese e su cui, oltre all'edizione di suoi testi poetici uscita nel 2010 per Jaca Book e da me recensita su queste colonne, segnalo anche il volume di Sergio Cerastico dedicato all'idea di università e alle sue radici teologiche e filosofiche: John Henry Newman, l'università, i laici, Cittadella, Assisi 2012. Flannery O'Connor, infatti, nella sua riflessione sul rapporto tra la libertà dell'uomo e la grazia, spiegava l'intuizione newmaniana secondo la quale solo la Chiesa poteva mirare alla rigenerazione del cuore dell'uomo, scrivendo che la tenerezza, «staccata dalla persona di Cristo, è avvolta nella teoria» e «la sua logica conseguenza è il terrore» (p. 274). 

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