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LETTURE/ Claudel, attacco ai cattolici "antimoderni"

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Biblioteca Malatestiana di Cesena, Aula del Nuti (XV sec.) (Immagine d'archivio)  Biblioteca Malatestiana di Cesena, Aula del Nuti (XV sec.) (Immagine d'archivio)

Che cosa ci insegna, se la si ricolloca nel contesto in cui è stata formulata? Mi sembra sia un indizio inequivocabile del fatto che ai vertici della cultura di ispirazione cristiana già nei primi decenni del Novecento era diffusa una percezione dello sviluppo della civiltà dell'Occidente che non si lasciava rinchiudere negli schemi della degenerazione distruttiva. Per alcune delle menti più lucide allenate a riflettere, davanti alle crisi drammatiche aperte dalla tragedia della Grande Guerra e dall'esplosione dei totalitarismi, sui contenuti della fede messi a contatto con il destino dell'uomo contemporaneo, la storia del secondo millennio cristiano non era riducibile solo a una progressiva caduta verso il basso. Non si poteva più pensare che era esistito, all'inizio, lo splendore di una cristianità compatta, capillare e totalmente dispiegata, corrosa dalla lacerazione interna del primo risveglio della modernità e poi inesorabilmente travolta da uno spirito critico portatore esclusivo di scetticismo materialista, di divaricazioni devastanti tra il sacro e il profano, paladino aggressivo della secolarizzazione destinata a svelare il volto demoniaco del potere del mercato e della legge dello Stato sulla carne viva del libero organizzarsi dell'autonomia del corpo sociale cristiano.

La sostanza religiosa della costruzione della civiltà del Medioevo non poteva assolutamente essere negata o disprezzata, come avevano fatto i cultori del pensiero laico antitradizionalista, soprattutto dal Settecento in poi, seguiti nella loro scia polemica dagli apologeti di una filosofia dell'uomo e di una scienza "positiva", svincolate dai loro limiti razionali ed elevate a nuova "religione" atea dell'uomo-Prometeo, in nome delle "magnifiche sorti e progressive" del trionfo delle nuove utopie. 

Ma si cominciava ormai a capire, mettendo sempre meglio a fuoco cosa era realmente successo, che il Medioevo non aveva bisogno di essere contrapposto a quanto dalla civiltà medievale aveva tratto origine e alimento, conducendo l'uomo e la società figli del primo millennio a lanciarsi sui sentieri di quello che per noi è diventata la fioritura della modernità. L'amore per il Medioevo andava distinto dal medievalismo chiuso e nostalgico di chi rifiutava ogni positività alla lunga storia del mondo moderno, perché di questo vedeva solo storture e contraddizioni e sognava di oltrepassarle ritornando all'indietro verso una sorta di Paradiso perduto.

Il problema, ancora oggi, è riuscire ad andare oltre l'idea della frattura e del tradimento. Il realismo, desideroso di abbracciare tutti i fattori del paesaggio che si è disegnato nell'età di collegamento tra Medioevo e prima modernità, impone di passare alla visione di un processo di crescita, di uno sviluppo organico dentro la vita di un organismo complesso: crescita e sviluppo a volte tumultuosi, che potevano certamente introdurre disordini e squilibri, ma che hanno anche fatto maturare potenzialità prima inespresse, hanno dilatato gli orizzonti, mettendo arditamente a profitto le conquiste rese possibile da un cristianesimo innestato come lievito nella pasta dell'umile storia collettiva degli uomini. Una certa idea di ragione. 



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