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LETTURE/ Dov'è l'Oste che ci prepara il dono delle stelle?

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Vincent Van Gogh, Notte stellata (1889) (Immagine d'archivio)  Vincent Van Gogh, Notte stellata (1889) (Immagine d'archivio)

La prima qualità del romanzo è il piacevole e incalzante appello alla curiosità che marca il tessuto narrativo; il lettore è sollecitato, grazie alla fluidità del ritmo e alla vivacità del linguaggio, a una lettura rapida a cui lo sospinge d'altra parte l'ordito "poliziesco" del racconto. Si scrive tra virgolette perché questa qualità non esaurisce la definizione della trama e anzi non è neppure la parte più rilevante della sostanza narrativa; al punto che si può dire che è solo uno specchietto per le allodole dal quale il lettore attento deve sapersi guardare. 

Un altro rischio che corre una lettura superficiale è insito nell'estro giocoso, ironico e fantastico del raccontare che in taluni punti tocca la stravaganza, la paradossalità, l'invenzione buffa, la verosimiglianza ridotta alle soglie dell'incredibile. Ne conseguono l'apparenza di un candido ottimismo e perfino da una spensieratezza giocosa atti a immunizzare dalla sofferenza che le storture e il male del mondo largamente rappresentati nella trama del romanzo producono normalmente in una coscienza vigile e sana. Ma se il lettore interpreta così la solarità che contrassegna l'atmosfera nella quale sono iscritti gli eventi che formano la trama del romanzo, vuol dire che gli sfugge la natura di metafora che è propria della storia.

Le situazioni e i fatti che con ritmo incalzante scorrono davanti ai nostri occhi non hanno molto a che fare con la commedia brillante. Ma che si tratti di altro non salta agli occhi bensì è solo suggerito da alcuni passaggi per altro molto discreti e perciò facili ad essere sottovalutati via via che si presentano nella narrazione. Sono illuminazioni improvvise e fulminee alle quali può sembrare che neppure l'autore dia molta importanza. Prendiamo il filo narrativo che ha per protagonista Chiara: che a questa ragazza sbandata, scontenta e cialtrona si riconduca un lembo secondario ma non marginale del contenuto "ideologico" del romanzo non è facile capirlo subito perché il negativo che caratterizza fin dall'inizio la sua figura, lontano dall'apparire drammatico e perciò degno di essere preso sul serio, presenta un aspetto dimesso e perfino banale. Eppure fin dall'inizio il lettore attento è messo sull'avviso quando sua madre a colloquio con la prof. Elena Tovazzi (che poi è la moglie dell'ispettore) dà sfogo al suo dolore per il destino di sua figlia; e, poco più in là, quando in un incontro banale col padre, casuale e perciò scarsamente significativo, Chiara se ne esce in quella domanda angosciata: "Ma io in che cosa potrò diventare grande?".

L'insopprimibile aspirazione alla positività, ecco la sostanza della metafora raccolta nella storia di Chiara; aspirazione che una inscalfibile fiducia dichiara fondata e saldamente inerente al Destino buono (non a caso scritto con la lettera maiuscola nella bellissima lettera che la prof. Elena scrive alla sua allieva). E a maggior ragione la certezza della positività della vita è la sostanza della metafora complessiva della storia che si svolge attorno all'Osteria senza oste. 



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