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LETTURE/ "Dei delitti e delle pene", Beccaria al bivio tra tirannia e libertà

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Quasi profeta di tante future vicende giudiziarie a noi oggi contemporanee, ci stupisce affermando che "se nel cercar le prove di un delitto richiedesi abilità e destrezza, se nel presentarne il risultato è necessaria chiarezza e precisione, per giudicarne dal risultato medesimo non vi si richiede che un semplice ed ordinario buon senso, meno fallace che il sapere di un giudice assuefatto a volere trovar rei e che tutto riduce ad un sistema fittizio imprestato da' suoi studi".

Ovvero dichiara: "Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice, né la società può togliergli la pubblica protezione se non quando sia deciso ch'egli abbia violato i patti co' quali le fu accordata".

Il punto più alto è sicuramente quando nel capitoletto Violenze afferma che "Non vi è libertà ogni qualvolta le leggi permettono che in alcuni eventi l'uomo cessi di essere persona e diventi cosa: vedrete allora l'industria del potente tutta rivolta a far sortire dalla folla delle combinazioni civili quelle che la legge gli dà in suo favore". E prosegue − provocatoriamente per chi oggi abbia una sensibilità all'abuso dei media −: "Questa è la ragione per cui in alcuni governi che hanno tutta l'apparenza di libertà, la tirannia sta nascosta o s'introduce non prevista in qualche angolo negletto dal legislatore, in cui insensibilmente prende forza e s'ingrandisce. Gli uomini mettono per lo più gli argini più solidi all'aperta tirannia, ma non veggono l'insetto impercettibile che gli rode ed apre una tanto più sicura quanto più occulta strada al fiume inondatore".

Beccaria rimane al di qua, tutto sommato, nel suo Dei delitti e delle pene, della "lezione" del suo ispiratore Montesquieu, il quale già nelle Lettres Persanes si compiaceva di rilevare che un persiano a Parigi si sarebbe chiesto esterrefatto "perché"? di ogni istituto civile e religioso ivi incontrato, per concludere che "questo semplice fatto svela istantaneamente l'assurdità di credenze e riti che caratterizzano ogni cultura o popolo e che sussistono per il semplice fatto che nessuno mai si è mai posto la domanda "perché".

Nel relativismo "illuminato" d'Oltralpe, Montesquieu mirava ad affermare che nulla è assoluto, bensì tutto è "in relazione" al puro fine di mantenere le condizioni della coerenza interna di un certo organismo in quanto tale, senza altro motivo che la sua conservazione.

La libertà in questo sistema non diventa altro che l'armonioso funzionamento di un essere vivente descritto secondo la spiegazione meccanicistica: l'organismo (la società tale o talaltra) è una macchina composta da parti relative una all'altra. La sua perfezione consiste nella perfezione del suo automatismo. 



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