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LETTURE/ "Dei delitti e delle pene", Beccaria al bivio tra tirannia e libertà

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"Misera condizione delle menti umane che le lontanissime e meno importanti idee delle rivoluzioni dei corpi celesti, siano, con più distinta cognizione, presenti, piuttosto che le vicine ed importantissime nozioni morali, fluttuanti sempre e confuse, secondo che i venti delle passioni le sospingono e l'ignoranza guidata le riceve e le trasmette! Ma sparirà l'apparente paradosso, se si consideri che le moltissime idee semplici che compongono le idee morali confondono le linee di separazione necessarie allo spirito geometrico che vuol misurare i fenomeni della umana sensibilità".

Ovvero le "idee morali" che secondo Cesare Beccaria, autore 250 anni fa del famoso Dei Delitti e delle Pene, in piena parabola calante del sogno napoleonico, sogno epocale dopo del quale l'Europa non sarà più la stessa, sono probabilmente da identificare con quella religione "positiva" che già Kant e poi Hegel avevano fermamente respinto come superstizione degna del minimo interesse.

Hegel seguendo questa china riterrà che il popolo ebraico, obbedendo a delle leggi che non si era dato da sé, si rendesse schiavo e ottuso proprio a causa del bisogno conclamato di questa positivizzazione della Legge.

Gesù - secondo il pensatore tedesco - provò ad elevare la religione positiva e la virtù a moralità "vera", ma fallì, perché i discepoli non aderirono alla "dottrina stessa", ma all'autorità, non al valore morale della stessa fondato sulla ragione, ma alla potenza del Maestro.

La "riscossa" dello spirito geometrico, ovvero dell'uso esclusivo di ragione, invece, doveva segnare l'inizio della "miglior maniera di prevenire i delitti" come sostiene il Beccaria. Per fare questo, giustamente, rivendica il diritto di ogni cittadino di "sapere quando sia reo o quando innocente grazie finalmente ad un codice che giri fra le mani di tutti perché il vero tiranno comincia sempre col regnare sull'opinione anziché nella chiara luce della verità", pertanto l'unica arma adeguata è per lui "quella precisione geometrica a cui la nebbia dei sofismi, la seduttrice eloquenza ed il timido dubbio non possono resistere".

Beccaria si batte per delle battaglie epocali e fondamentali della nostra cultura giuridica: per la fine della tortura ("le strida di un infelice richiamano forse dal tempo che non ritorna le azioni già consumate"?); per l'uso di testimoni credibili e di credibili prove del reato ("non v'è propriamente alcun sentimento superfluo nell'uomo; egli è sempre proporzionale al risultato delle impressioni atte sui sensi, parimenti alcune volte la credibilità di un testimonio può risultar sminuita quando egli sia membro di alcuna società privata"); per la prontezza della pena ("quanto più la pena sarà più pronta e vicina al delitto commesso ella sarà tanto più giusta e tanto più utile"); contro la pena di morte ("Non è l'intensione della pena che fa il maggior effetto sull'animo umano, ma l'estensione di essa; in un libero e tranquillo governo le impressioni debbono essere più frequenti che forti").



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