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FRIDA KAHLO/ Il dramma incompiuto della ricerca del volto

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L'autoritratto di Frida Kahlo  L'autoritratto di Frida Kahlo

Impressiona il suo Autoritratto con collana di spine e colibrì del 1940: la drammatica presa delle spine sul collo (luogo delle tensioni ansiose e degli attacchi di panico) racconta tutto quello che in quell’anno Frida aveva passato. Nel 1939 il marito Diego la lasciò a causa di una relazione con la sorella, Cristine Kahlo. L’anno dopo Diego decise di tornare e i due si risposarono a san Francisco. Rimarrà una relazione inquieta e, in questo ritratto, il tema religioso della coronazione di spine diventa per Frida l’emblema del suo cuore ferito costantemente prigioniero (il colibrì) di un amore infelice. Alle spalle della donna una scimmia (le uniche figlie che l’artista poté permettersi poiché non riuscì mai ad avere bambini a causa dello stato di salute) e un felino aggressivo, simbolo della crudeltà degli eventi che caratterizzarono la sua esistenza.

Come mai tanta attenzione da parte della critica per un’artista dall’arte così inquietante? Un’attenzione, del resto, che è andata crescendo solo negli ultimi anni. Certo la cocente domanda di senso che emerge dalle opere di Frida è di grande attualità. A chi, accostandola a Dalì o a Magritte, la voleva incasellare dentro la grande corrente surrealista ella rispondeva: «Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni».

Sì, la realtà cruda di Frida è la stessa che vediamo noi, aprendo quotidianamente giornali e tv. Un’angosciosa realtà vista però attraverso un impulso viscerale. In ogni singola pennellata la Kahlo attinge i suoi colori dal cuore (lei stessa lo afferma nell’Autoritratto con ritratto del Dr. Farill, 1951) e si abbandona con implacabile realismo a ciò che in esso vi scopre. «Yo pinto mi propia realidad….Yo pinto lo que pasa por mi cabeza sin ninguna otra consideración». Certo siamo lontani dal surrealismo ancora, tutto sommato, speranzoso di Magritte. Siamo persino lontani dal delirio di Dalì. Qui c’è il dramma di un’anima che anela a grandi ideali e che, credendo di averli trovati nell’ideologia comunista abbracciata con adesione totale, non incontra risposte adeguate al suo dolore, alle sue pulsioni contraddittorie. «He pintado mis cuadros bien, no rápidamente pero pacientemente y llevan un mensaje de dolor».

Frida è una domanda aperta, un dito puntato verso un Cielo lontano. È una donna che ha voluto rompere con le convenzioni ma che ha rotto, di fatto, con la sua femminilità. Una donna che ha saputo ricostruire il suo corpo devastato, ma non ha potuto ricostruire la sua interiorità. Una donna assetata di bellezza e di amore ma che non ha dato a questa bellezza e a questo amore un nome eterno. Tuttavia c’è più senso religioso in lei che in tanti laicisti moderni; c’è più desiderio buono nella sua arte che in tanta arte intellettuale di sinistra che ormai impera nelle Biennali di Venezia. 



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