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1914-2014/ Dal fronte francese ai "reticolati" del pensiero unico

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Kirk Douglas in una scena del film (Immagine d'archivio)  Kirk Douglas in una scena del film (Immagine d'archivio)

Prima guerra mondiale, fronte francese. Una bettola circondata da morte e fango, straripante di soldati abbruttiti. I volti con rughe profonde come piaghe. Una ragazza bionda sale sul palco. È un'"unna", viene dalla terra del nemico. È bellissima, ma disfatta dalle lacrime. I soldati berciano. Fischiano. Sono lupi. La ragazza fatica a intonare, poi inizia, struggente. La melodia si slancia e come la più sorprendente delle alchimie, scioglie il cuore dei soldati. Anche i loro occhi si velano di lacrime: potere della bellezza che per un attimo sospende la bestialità, potere della nostalgia, che toglie le maschere agli uomini facendoli tornare bambini e invitandoli a sognare una vita autentica, lontano dalla signoria della mitragliatrice e del filo spinato.

È questa l'ultima celebre scena di Orizzonti di gloria (1957) uno dei primi capolavori di Stanley Kubrick (1928-1999, allora era al quarto film), che a 57 anni dalla sua realizzazione resiste nella sua vertiginosa accusa contro il delirio della guerra.

Quest'anno ricorrono i cento anni della prima guerra mondiale, l'evento storico su cui si dice siano stati scritti in assoluto più libri, come insegnava in un semiclandestino seminario di storia militare il mio professore di Storia moderna all'Università Statale di Milano (semiclandestino perché in Italia, a dispetto del mondo anglosassone, la storia militare è ancora vista come una sorta di divertissement con bandierine e soldatini, una riserva per incalliti militaristi).

Ancora oggi Orizzonti di gloria, questa pellicola di circa 80 minuti dagli intensi bianco e nero, può servire per rileggere quel conflitto che estirpò dieci milioni di vite umane, per approfondirlo, anche se in fondo resterà impossibile comprenderlo, per spiegare ai ragazzi cosa volesse dire mandare le fanterie all'attacco sotto il fuoco delle armi automatiche, l'inadeguatezza dei vertici militari di fronte alle nuove esigenze della tattica, lo sprezzo per la vita della truppa, gli esiti spettrali degli ordini senza senso. Un film che fece scalpore all'uscita e che in Francia restò bloccato dalla censura addirittura sino al 1975. 

C'è però qualcosa di grandioso e di urgente in questa narrazione, che resta attuale, nonostante i progressi della cinematografia sulla "realtà" del campo di battaglia (Salvate il soldato Ryan e dintorni), così diversa dalla retorica dell'oraziano Dulce et decorum est pro patria mori già condannato dal war poet Wilfred Owen (tragicamente morto una settimana prima della fine del conflitto…). 

Orizzonti di gloria ha la perentorietà e l'interrogazione di una tragedia greca. Kubrick indaga la paura della morte (splendido il cammeo in cui due soldati s'interrogano se sia meglio morire colpiti da una baionetta o da un colpo d'arma da fuoco o la scena della vigilia dell'esecuzione), come la necessità della pietas, anche in un pianeta senza morale qual è la waste land tra le due trincee. 



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