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LA GRANDE BELLEZZA/ Recensione, Sorrentino e il fantasma di Leopardi

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Paolo Sorrentino vincitore dell'Oscar con "La grande bellezza" (Infophoto)  Paolo Sorrentino vincitore dell'Oscar con "La grande bellezza" (Infophoto)

Se la figura del prelato è detestabile, quella della suora è ancora più inquietante. Perché dovrebbe incarnare l'alternativa allo sfacelo: la santità. Ma il personaggio di questa suora ultracentenaria, mezza santa e mezza stregona, volutamente somigliante a Madre Teresa, è così fisicamente mostruoso e prossimo alla morte per la vecchiaia da risultare del tutto impotente ed incapace di incidere nei destini dei personaggi attraverso una vera testimonianza. L'alternativa al vuoto è quindi una figura anacronistica, così lontana dalle bassezze del mondo da essere "aliena" dunque senza presa sulla dimensione terrena irrimediabilmente corrotta. Se l'unico sussulto di moralità è rappresentato da un personaggio così etereo, allora ciò significa che la santità non appartiene a questo mondo. È la solita prospettiva gnostica che trionfa, quella che relega il bene ad un al di là irraggiungibile e identifica la sfera terrena come "male". Del resto, è lo stesso protagonista che si fa portavoce di questa visione nelle ultime battute del film: "Altrove, c'è l'altrove. Io non mi occupo dell'altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco". 

Eppure basterebbe aprire gli occhi per vedere che la realtà è miracolosamente disseminata di occasioni per la risalita. Come quella, vera, che è accaduta a Chris Arnade, consulente finanziario di successo per 20 anni a Wall Street. Perfetto rappresentante della cultura capitalistica del benessere, Arnade decide di interrompere bruscamente la sua gloriosa carriera perché si sente "svuotato" esistenzialmente. Cambia completamente vita e diventa fotografo del Bronx addentrandosi tra gli "ultimi" nella miseria di un mondo di poveri, drogati e delinquenti. È grazie a loro e al loro potente senso di peccato che l'ateo convinto Arnade scopre la fede in Dio. Raccontando la sua storia al The Guardian, Arnade diceva: «Le persone che più hanno sfidato il mio ateismo sono stati drogati e prostitute». E ancora: «Siamo tutti peccatori e sulla strada i drogati, gli ultimi, nelle loro battaglie quotidiane e nella loro quotidiana vicinanza alla morte lo capiscono in modo viscerale». Se la domanda è desta ed il cuore pronto ad accogliere, la vita ti presenta sempre l'occasione. 

Ma questa è una storia che Hollywood non è interessata a raccontare.

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