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LA GRANDE BELLEZZA/ Recensione, Sorrentino e il fantasma di Leopardi

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Paolo Sorrentino vincitore dell'Oscar con "La grande bellezza" (Infophoto)  Paolo Sorrentino vincitore dell'Oscar con "La grande bellezza" (Infophoto)

Dopo settimane di annunci, previsioni e premi – tra cui gli Efa e il Golden globe – è arrivato puntuale anche l'Oscar come miglior film straniero a La grande bellezza. Ma cosa è stato premiato della pellicola? Il ritratto spietato e molto realista di un'alta borghesia romana, persa nel lusso sfrenato e nel vuoto di rituali festini a base di sesso e cocaina? Oppure il cuore ferito di Jep Gambardella, la sua struggente ricerca della Bellezza, di un senso ultimo che spazzi via la sua miseria e compia la sua attesa? Oppure ancora, la mancanza di una risposta che soddisfi pienamente la sua sete di verità, l'assenza di un incontro reale che abbracci la feroce nostalgia di significato di Jep e inverta la marcia del suo cammino?

L'ombra di un fantasma si aggira per tutto il film. E non mi riferisco a quella di Federico Fellini bensì a quella di Giacomo Leopardi. Nessuno meglio di lui ha raccontato in Alla sua donna il dramma della ricerca vana della Bellezza, il crudele desiderare qualcosa che rimarrà sempre inconoscibile (Viva mirarti ormai/ Nulla spene m'avanza/ (…) Ma non è cosa in terra/ Che ti somigli; e s'anco pari alcuna/ Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,/ Saria, così conforme, assai men bella.

Anche la vita di Jep Gambardella, che da anni si trascina tra un salotto e una discoteca all'aperto alla ricerca continua dello stordimento che sotterri la consapevolezza della sua miseria, brucia della stessa inesauribile attesa. In un breve ed intenso dialogo con la suora santa, Jep confesserà la ragione ultima che lo ha spinto, molti anni prima, a interrompere l'attività di scrittore: "Cercavo la Grande Bellezza ma non l'ho trovata". Neanche il ricordo nostalgico per l'amore giovanile, unica esperienza di incontaminata purezza che ormai è cristallizzata nel passato, può rispondere pienamente al grido di Jep. Così, dietro alle incrostazioni e ai falsi estetismi della società postmoderna, Jep condivide la stessa drammatica coscienza di Leopardi (Il non esser soddisfatto da alcuna cosa terrena, né per dir così, dalla terra intera (…) tutto è troppo piccolo rispetto all'animo mio - Zibaldone).

Il cuore ferito di Jep è ciò che, forse, rende preziosa la pellicola salvandola dallo stesso Sorrentino e dai suoi tentativi narcisisti e autocompiaciuti di rappresentare la consapevolezza del vuoto.

Tuttavia la grandezza della domanda di Jep non può essere accolta tra il folto gruppo di personaggi più o meno improbabili di cui si circonda (nani, ballerine, attori falliti). Persino la Chiesa è rappresentata impotente (nelle vesti di una santa vecchissima) e, talvolta, anche complice diabolica del disastro (è raccapricciante la figura del cardinale corrotto che blocca ogni impacciato ed umanissimo tentativo del protagonista di trovare un senso al proprio esistere). 



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