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PASTERNAK/ Che cosa ha salvato Živago?

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Boris Pasternak (1890-1960) (Immagine d'archivio)  Boris Pasternak (1890-1960) (Immagine d'archivio)

Se l'opera di Tolstoj si conclude con il ripudio di una funziona conoscitiva dell'arte in favore di una "svolta moralistica", è proprio da questa impasse che riparte Boris Pasternak. Il grande poeta e scrittore russo (al centro del terzo incontro del ciclo di seminari Al fondo del nulla, il soffio della vita. Viaggio nella cultura russa, a cura di Tiziana Liuzzi e del Centro Culturale di Bari) è di una generazione successiva a quella di Tolstoj: la sua opera, e il romanzo Dottor Živago in particolare, nascono nella Rivoluzione: anzi – ed è da questa intuizione che parte l'analisi della Liuzzi – come tentativo di resistere a quella, di capirla; di attraversarla. Come abbiamo già visto con il cinema di Sokurov, sembra che la cultura russa non possa essere capita se non partendo dal sentimento di una catastrofe: una catastrofe che, prima ancora di essere storica è culturale e umana – anzi, storica proprio in quanto umana.  

Il dottor Živago si presenta oggi a noi nella forma di questo inquietante rapporto fra l'uomo e la tragedia; fra l'individuo e la storia. Il romanzo testimonia infatti una continua, persistente insorgenza dell'uomo rispetto al potere: lì dove il potere tenta di annientare l'io, esso – come per reazione – viene riaffermato con più forza. E il tragico stesso sembra divenire, nel romanzo, la possibilità privilegiata perché i personaggi, posti di schianto davanti alla propria libertà, vengano costretti a scegliere, a prendere posizione, e in questo si ritrovino uomini. 

Uomini sconfitti, magari; ma uomini. È il caso del fiero, disperatissimo Strél'nikov: l'emblema dell'uomo che è «ciò che vuole essere»; l'uomo a cui «nulla faceva paura». Di lui Pasternak scrive: «…alla sua intelligenza mancava il dono del fortuito, la forza che, con scoperte impreviste, viola la sterile armonia del prevedibile. Nello stesso modo, per operare il bene, alla sua coerenza di principi mancava l'incoerenza del cuore, che non conosce casi generali, ma solo il particolare, ed è grande perché agisce nella sfera del piccolo». Di lui dirà l'amata Larisa, raccontando del suo mutamento: «Tuttavia ho notato un cambiamento che mi ha allarmata. Come se qualcosa di astratto fosse entrato in quella fisionomia e l'avesse fatta sfiorire. Il suo volto umano, vivo, era diventato una personificazione, un principio, la raffigurazione di un'idea. Ho compreso che tutto ciò era la conseguenza di quelle forze cui s'era votato, forze grandiose, ma fatali e spietate, che un giorno non avranno pietà nemmeno di lui. Mi è sembrato che fosse come segnato, che portasse il marchio di una condanna». 



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