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LETTURE/ Da Togliatti a Renzi, tutti i dilemmi degli ex compagni

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Palmiro Togliatti (1863-1964) (Immagine d'archivio)  Palmiro Togliatti (1863-1964) (Immagine d'archivio)

Perciò Togliatti aveva detto molto chiaramente nel corso dei lavori dell'Assemblea costituente – Macaluso cita i verbali della seduta del 25 ottobre 1946 – "noi non rivendichiamo una Costituzione socialista... non è il compito che sta oggi davanti alla Nazione". A quello che poco dopo definirà "partigianesimo" e ai tanti che volevano "fare come in Russia" Togliatti impone con la forza del proprio prestigio di leader dell'Internazionale comunista – benché sciolta formalmente da Stalin nel 1943 – la piena accettazione della democrazia liberale, come ambito all'interno del quale perseguire "una profonda trasformazione sociale". Non si tratta di una rinuncia al "socialismo", il quale però è posto come realizzabile solo per via democratica. 

Era esattamente la scelta che aveva fatto la socialdemocrazia tedesca settant'anni prima. Togliatti si manteneva comunista, perché teneva aperta l'idea di una società "altra" rispetto a quella capitalistica e perciò restava ancorato al "legame di ferro con l'Urss", unica garanzia reale di apertura ad "altro" e unico bastione contro la vittoria planetaria del capitalismo americano. Al tempo stesso, tuttavia, prendeva atto che conquistare il potere in Italia con gli stessi metodi di Lenin era del tutto irrealistico. Perciò, per un verso riprendeva tutta l'elaborazione di Gramsci, sepolta negli inediti Quaderni del carcere, volta a tracciare la lunga marcia per la conquista dell'egemonia nella società italiana; per l'altro verso, si dichiarava sinceramente fedele ai principi e alle istituzioni democratiche, quali egli veniva progettando insieme alla Dc e al Psi. 

La risultante di questo compromesso tra comunismo e democrazia era stata depositata dal Migliore nei concetti di "democrazia progressiva" e di "riforme di struttura". La "democrazia progressiva" finiva per rappresentare un buon compromesso tra quell'ala del partito, facente capo a Pietro Secchia, che avrebbe voluto andare per le spicce in nome di una trasformazione socialista rapida della società, e chi, Togliatti per primo, riteneva di essere realmente incapsulato nel blocco occidentale, che mai avrebbe consentito il ricorso alla violenza armata. Lasciava aperta la porta al comunismo, ma l'appuntamento era rinviato a quando fossero esistite le condizioni per quelle mitiche "riforme di struttura", la cui realizzazione avrebbe reso irreversibili le trasformazioni economico-sociali. 

In altri termini, si usava la scala della democrazia per salire ai piani alti e poi la si gettava via. Era il modello di democrazia popolare alla cecoslovacca: maggioranza parlamentare e poi avanti con le "riforme di struttura", che avevano reso irreversibile la direzione di marcia. Quanto al compromesso con le forze fondamentali della politica italiana – che era ciò che contava – la "democrazia progressiva" garantiva che il Pci avrebbe accettato le regole del gioco democratico, mentre sul terreno delle politiche economiche e sociali c'erano sostanziali ambiti di convergenza con la Dc, soprattutto in versione fanfaniana, sia nell'uso dello Stato a fini produttivi, redistributivi e assistenziali sia nella concezione del sistema dei partiti quale architrave della Repubblica dei partiti. 



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