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LETTURE/ Da Togliatti a Renzi, tutti i dilemmi degli ex compagni

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Palmiro Togliatti (1863-1964) (Immagine d'archivio)  Palmiro Togliatti (1863-1964) (Immagine d'archivio)

Macaluso ripercorre tutta la vicenda del dibattito interno del Pci, soffermandosi particolarmente sulla figura di Enrico Berlinguer. Il quale è profondamente togliattiano nella strategia. Il compromesso storico infatti è un distillato di togliattismo: la rottura con il Pcus è tutta culturale, ma non politico-pratica, perché Berlinguer non mette in discussione il ruolo geopolitico dell'Urss quale baluardo oggettivo contro il capitalismo, che tende a diventare mondiale. Pur non condividendo il modello di sviluppo, è convinto che dal punto di vista dello sviluppo delle forze produttive – che per un marxista è la prova del nove − l'Unione sovietica sia sulla strada giusta. Restano problemi relativi alle libertà e ai diritti? Basta solo aspettare. Tutto ciò affermato nel XVI congresso del Pci, 1983. Le cause di tanta cecità, a sei anni dalla caduta del comunismo, risiedono sempre nel presupposto profondo che l'Urss, comunque, rappresenti una possibilità "verso una società altra", almeno nel senso che con la propria esistenza impedisce la vittoria totale e incondizionata del capitalismo. 

E qui sorgono le domande da rivolgere a Macaluso. È sufficiente aver accettato da parte del Pci le regole del gioco liberal-democratico perché lo si possa definire riformista? Che cosa intende Macaluso per riformismo? L'impressione è che sia rimasto fermo al vecchio dibattito degli inizi del Novecento tra socialdemocratici e comunisti, quando la differenza non riguardava i fini – il socialismo, cioè la statalizzazione dei mezzi di produzione – ma i mezzi: la via parlamentare per i socialdemocratici, la dittatura del proletariato per i comunisti. Basta a definire riformisti i comunisti, solo perché hanno rinunciato sinceramente alla dittatura del proletariato? 

A questo punto l'incidente probatorio richiede che Macaluso dica cosa intende per "socialismo". È la vecchia statalizzazione/socializzazione di mezzi di produzione? O è, più semplicemente, una politica dell'eguaglianza? Se così fosse, allora la domanda radicale che si pone per la definizione moderna del riformismo nella sinistra è la seguente: è l'eguaglianza il valore fondativo o è la libertà? Macaluso sembra ritenere che alla sinistra tocchi l'eguaglianza, come suggeriva Norberto Bobbio, e alla destra la libertà. Eppure, la sinistra è nata nella chiesetta puritana di Putney nel 1647 all'insegna delle libertà: i nuovi ceti borghesi si preparavano a lottare contro l'aristocrazia fondiaria e il clero, ad essa alleato, in nome delle libertà. Si trattava di una sinistra liberale. È lungo questo asse che scoppiò la Rivoluzione francese. Nel 1848 il Manifesto di Marx ha cambiato l'assetto della costellazione di valori della Rivoluzione francese, ponendo al centro l'eguaglianza. Su questa base si sono sviluppati il movimento operaio, le rivoluzioni comuniste, il welfare. 



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