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LETTURE/ Da Togliatti a Renzi, tutti i dilemmi degli ex compagni

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Palmiro Togliatti (1863-1964) (Immagine d'archivio)  Palmiro Togliatti (1863-1964) (Immagine d'archivio)

Oggi, di fronte al fallimento del comunismo e agli sconvolgimenti tecno-scientifici e produttivi della terza rivoluzione industriale, sembra riproporsi, come all'inizio delle rivoluzioni borghesi, il tema dell'individuo e delle sue libertà. Si generano nuove disuguaglianze, che richiedono un'egualitaria distribuzione di libertà. "Libertà uguale", scriveva Carlo Rosselli già negli anni Trenta. Questo parrebbe dover essere il nuovo stenogramma ideologico del riformismo di sinistra. Il cosiddetto "socialismo" non significa più fuoriuscita dal capitalismo − il quale, osserva ironicamente Giorgio Ruffolo, "ha i secoli contati" − bensì lotta sociale, culturale e politica qui e ora per far crescere la capacità di autodeterminazione delle persone, insomma la capacità di libertà. Il socialismo non è più l'approdo provvidenziale e finalistico della storia umana, secondo l'escatologia laica di Marx; non è più "cieli nuovi e nuova terra", "l'Altro" della storia degli uomini. È, più modestamente, la lotta per la fioritura umana. 

E forse è proprio il rifiuto dell'orizzonte escatologico del comunismo il problema di tutta la vecchia generazione comunista. Forse Macaluso non si riconosce in questo scenario. Ma è anche l'unico modo per spiegare il giudizio impietoso contenuto nell'intervista al sussidiario, in cui si accusa Renzi di non avere più davanti nessun orizzonte di cambiamento del presente. La vecchia generazione comunista vede la storia umana come un cantiere per grandi progetti; l'attuale non più comunista pratica il bricolage

Ma forse questo è l'atteggiamento più realistico e più vero. Forse questo è il moderno riformismo di una sinistra riformata. 

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