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ELIOT/ Perché "aprile è il mese più crudele"?

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Thomas Stearns Eliot (1888-1965) (Immagine d'archivio)  Thomas Stearns Eliot (1888-1965) (Immagine d'archivio)

2. Ma se la figura del mondo può apparire come irreale, come non significante, ci sono ragioni del sangue – ben prima che della fede: il Waste Land è scritto da un Eliot ancora non credente – che urlano il contrario: per questo aprile è crudele, perché non fa come l'inverno, non ci aiuta a tacerle, ci costringe a guardarle e a guardare con esse il terrore che possa non esserci risposta. E se non c'è risposta, ma il sangue la grida, il sangue stesso la tenterà come può e come sa, spesso cercando di ricreare l'inverno, di rintanarsi in un ordine più o meno quieto, più o meno stantio, come la «lady» del secondo canto, tutta presa dal terrore che il suo mondo dorato crolli: «"Che devo fare adesso? Che farò?/ Correrò fuori così come sono, per strada/ coi capelli sciolti, così. Che faremo domani?/ Che mai faremo?"» (II 131-134).

Sull'opposta riva, ma dello stesso segno, il lasciarsi agire meccanicamente dallo scorrere dei momenti, come il narratore veggente Tiresia mostra nell'episodio della dattilografa e dell'impiegatuccio. Lei che rientra a casa all'ora del tè e sbarazza il tavolo ancora sporco dal mattino; lui – «uno del basso, cui la sicumera veste/ come un cilindro a un villano arricchito» (III 231-232) – che «eccitato e deciso muove all'attacco» con le sue «mani esploratrici», mani che «non incontrano difesa» (III 239-240) ma che nemmeno sono desiderate, se è vero che alla fine dell'amplesso lei, rimasta sola dopo il «bacio paternalistico» con cui lui la saluta (III 247), a malapena si accorge che tutto è finito, anzi che qualcosa è accaduto: «Si volge e si guarda un momento nello specchio/ a malapena accorta che lui non c'è più./ Il suo cervello permette il formarsi di un mezzo pensiero:/ "Bene, adesso è fatta. E non pensiamoci più"» (III 249-252).

3. Al tempo in cui scrive The Waste Land, Eliot già ben conosce il terrore di cui parla, il crollo costante di ogni tentativo della ragione di figurarsi un ordine definitivo – compiuto, perfetto – tra le macerie polverose del mondo. L'ha visto nell'insufficienza dei suoi studi filosofici, nell'insufficienza dei suoi interessi per le religioni orientali, e probabilmente già pre-sente – lo dirà solo decenni dopo nei Quartetti – che «la poesia non è la risposta». Ma proprio questo affondo nel vuoto, nell'orrore, nel tremore dei nervi che sembrano ingabbiati in un dolore senza oggetto, è ciò che gli permette di non abdicare. E quel che avverrà alla sua ragione, alla sua vita, è prefigurato da ciò che accade in questo poemetto. Perché a un tratto, dallo squallore, emerge la voce del mondo: così forte, così vera da costringere i personaggi ad alzare lo sguardo. 



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