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ELIOT/ Perché "aprile è il mese più crudele"?

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Thomas Stearns Eliot (1888-1965) (Immagine d'archivio)  Thomas Stearns Eliot (1888-1965) (Immagine d'archivio)

Ed è singolare che ad alzare lo sguardo siano due pellegrini, due personaggi – ricalcati sull'apparizione ad Emmaus – che, diversamente da tutti gli altri non sono fermi ma sono per via, e che perciò possono, anzi debbono, guardare avanti e intuire, un po' sorpresi un po' smarriti, una presenza altra, un «terzo»: «Chi è il terzo che sempre ti cammina affianco?/ Se conto, ci siamo soltanto io e te insieme/ ma quando guardo avanti la strada bianca/ c'è sempre un altro che ti cammina affianco» (v 359-362). L'accorgersi del terzo restituisce ai pellegrini il mondo e la vita in forma di domanda. Ecco allora chiedersi che cosa sia «quel suono alto nell'aria/ mormorio di lamento materno» (V 366-367), o chi siano quelle «orde incappucciate che sciamano/ per pianure infinite, incespicando nella terra spaccata» (v 368-369), fino all'esplodere, nel finale, della voce del tuono, con la domanda suprema: «Datta: Che cosa abbiamo dato?/ Amico, sangue che scuoti il cuore/ l'audacia terribile di un istante di abbandono/ che un'era di prudenza non potrà ritrattare…/ Per questo, soltanto per questo noi siamo esistiti,/ che non troveremo nei nostri necrologi/ o sulle lapidi velate dal ragno benefico/ o sotto i sigilli dello smunto notaio/ nelle nostre stanze vuote» (V 401-409). 

Un istante d'abbandono, un solo istante, l'accorgersi di un terzo al cui seguito mettersi per avere pace: «Damyata: la barca rispose,/ lieta, alla mano esperta della vela e del remo/ il mare era calmo, il tuo cuore avrebbe risposto/ lieto, se invitato, battendo obbediente/ alle mani che regolano» (V 418-422). La terra desolata, il paese guasto, è alle spalle, adesso, non più innanzi. Ma la domanda non si arresta, anzi si acuisce: «Riuscirò a mettere infine in sesto le mie terre?» (V 425). E se ci riusciremo, come? Così, mentre tutto sembra di nuovo crollare, mentre «Hyeronimo è di nuovo impazzito», è proprio nei frammenti, nei detriti del mondo, che Eliot intuisce la strada: non il pianto sulle rovine, ma le rovine come materiale dato e necessario per costruire, per trarci fuori dall'orrore, per incontrare finalmente quel «terzo» che ci cammina accanto e non odiare aprile. Per potere finalmente bramare, nell'azione, la pace, lo shantih, quella «pace che sorpassa ogni comprensione» con cui Eliot chiude il poema, lasciando a lui e a noi il mondo come preghiera:

Con questi frammenti ho tirato su le mie rovine.
Ora vi sistemo io. Hyeronimo è di nuovo impazzito.
Datta. Dayadhvam. Damyata.
Shantih shantih shantih


(The Waste Land, v 430-433) 



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