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ELIOT/ Perché "aprile è il mese più crudele"?

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Thomas Stearns Eliot (1888-1965) (Immagine d'archivio)  Thomas Stearns Eliot (1888-1965) (Immagine d'archivio)

1. «Aprile è il mese più crudele», lo sappiamo tutti, lo sanno pure i sassi, a partire almeno da quell'ottobre del 1922 in cui Eliot pubblicò sul Criterion la versione definitiva del Waste Land, quel «Paese guasto» che noi italiani siamo abituati a conoscere con il titolo La terra desolata

«Aprile è il mese più crudele», allora, perché «genera/ lillà dalla terra morta, mescola/ memoria e desiderio, eccita/ molli radici con uno scroscio di pioggia» (T.S. Eliot, The Waste Land, I 1-4). Crudele perché non fa come l'inverno, quell'inverno che «ci ha tenuti al caldo, coprendo/ la terra con una neve di dimenticanza, nutrendo/ una vita misera con tuberi secchi» (I 5-7). No, aprile è crudele, perché non ha nevi di dimenticanza ad accompagnarlo, ma un'insana, folle e inattesa brama di vivere. 

E tanto più si sente la vita, la propria natura, diceva san Tommaso, tanto più si annusa il terrifico odore della morte. Un odore così acre, così pungente e penetrante che senza delle reali radici cui aggrapparsi, paralizza, fa brancolare sulle opposte rive dell'agitazione ansiosa e dell'inazione disperata. I personaggi del Waste Land mostrano tutti questa ambivalenza, come il narratore del primo canto, per esempio, che ci chiede di quali radici possiamo giovarci tra le macerie che viviamo: «Quali radici aggrappano, che rami crescono/ su queste macerie? Figlio dell'uomo,/ non puoi né dirlo né immaginarlo, perché sai solo/ un mucchio di immagini frante» (I 19-22). Un mucchio di immagini senza nesso (sarà detto più avanti dalle Figlie del Tamigi: «I can connect/ Nothing with nothing»; III 300-301) che più s'accumulano, più fanno emergere il sudore perlaceo sul collo, quel terrore che ci prende quando, in un secondo di riposo, ci assale il brivido del non-senso, il terrore senza oggetto dell'assenza di significato: «(Venite all'ombra di questa roccia rossa)/ e vi mostrerò qualcosa d'altro/ dall'ombra che al mattino vi striscia alle spalle/ o dall'ombra che la sera vi si leva incontro:/ vi mostrerò il terrore in un pugno di polvere» (i 26-30).

Sono figure dell'irrealtà, di un mondo che sentiamo e bramiamo come vero e materiale, ma che ci ritroviamo spesso a vivere come se fosse invece privo di evidenze, privo di cogenze che ci costringano, che ci leghino: «Città irreale/ sotto la nebbia bruna di un'alba d'inverno/ una folla scorreva su London Bridge, così tanti/ ch'io non avrei mai creduto che morte tanta ne avesse disfatta» (I 60-63). 



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