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LETTURE/ Katherine Tynan, "In Lent": anche la natura si prepara a risorgere

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In Lent pare citata per la prima volta in una lettera che Tynan scrisse nel 1926 dalla località francese di Parame al sacerdote presbiteriano A. Patterson Webb (1899-1952), il quale le aveva precedentemente chiesto di poter includere una delle sue poesie in un'antologia di imminente pubblicazione. La poetessa, "terribly blind and unable to read", gli rispose con una calligrafia incerta, accordandogli il permesso richiestole ed inviandogli proprio l'inedito In Lent, insieme a un altro testo in forma dattiloscritta e intitolato Rondeau, che era già apparso nella sua raccolta Ballads and Lyrics (1891).

"Ora che i giorni si allungano/ a Dio diam gloria e lode/ Perché Egli riversa la Sua abbondanza sulla terra" (vv. 1-3). Quando ciò accade "In Lent", la "Vita", che era "imprigionata" nel letargo temporaneo dell'"albero" e nel rigor mortis della "tomba" (v. 5), ritrova il moto dell'audacia e del coraggio: solo a quel punto la terra, fino ad allora sacrario di tomba e albero, diviene "animata": anzi, sostenuta dalla traboccante figura retorica dell'anadiplosi (ovvero "raddoppio"), diviene "animata da una miriade di nascite" (v. 6). 

Nei quaranta giorni di "Lent", "i tordi cantano" (v. 7), e, con il loro canto, torna "la promessa dell'anno che viene" (John Keats, 1795-1821), "la continuità dell'attività creativa" (Thomas Hardy, 1840-1928), "l'armonia degli antichi giorni" (J.R.R. Tolkien, 1892-1973). Grazie alla loro forza simbolica, anche "il cuore possiede un'ala" (v. 8), cosicché "tutto viene di nuovo restituito, nulla è perduto" (v. 9): la terra si ricongiunge all'aria, l'umano ritrova l'animale, l'emotività si riunisce alla corporeità, l'interiorità riabbraccia l'esteriorità. Di conseguenza, "coloro che erano morti sono giunti/ nuovi dal grembo fertile" (vv. 10-11) − quale che sia la concreta realizzazione di tali nuove e rinate fattezze (naturali, umane, spirituali, escatologiche) − e sono giunti, bellicosi, "con stendardi": sono "schiera felice e sfavillante" (v. 12), armata numerosa e pronta alla battaglia (senza la quale, come ha detto di recente Benedetto XVI, "non c'è Cristianesimo").    

Nei quaranta giorni di "Lent", "è digiuno prima della festa". Quanto è inefficace questo italico scimmiottamento traduttivo: davvero non può rendere l'originaria acrobazia linguistica di "fast before feast", con la quale il pudico e nascosto Io poetante di Tynan rivela la prospettiva provvidenziale di una sorprendente e allitterante affinità tra la rigorosa astinenza dal cibo e l'esuberante entusiasmo della festa! Un'affinità, questa, che si estende al tempo umano personificato ("sobrio l'anno va vestito", v. 14) e impone la medesima sobrietà al corpo e all'anima: "questo è il tempo quaresimale del digiuno e della preghiera" (v. 15). 



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