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SABATO SANTO/ L'attesa di Giuseppe, la speranza vana di Nicodemo

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Raffaele Fanton, Deposizione, particolare (1990) (Immagine d'archivio)  Raffaele Fanton, Deposizione, particolare (1990) (Immagine d'archivio)

Aveva sentito la Sua voce, quella di un uomo che chiama nel deserto, aveva sussultato e si era detto: ecco! L'uomo era giusto, di conseguenza faceva cose giuste. Anche miracoli, certo, notevoli, ma quello non gli bastava. 

Lui voleva Lui. 

Come l'amico Nicodemo, cui sedeva accanto nel Sinedrio, non aveva messo la Legge avanti a tutto. Anche all'evidenza. Giuseppe credeva all'esperienza. Era un uomo intero: parlava con le opere, al bisogno, non un filosofo ma un artigiano vero. La verità si vede da quello che fa.

Quel Cristo non si limitava a predicare: guariva, perdonava. Chi era? Giuseppe se lo domandava.

Fu Caifa a dirlo, all'alba di quel giorno maledetto, stracciandosi le vesti alla bestemmia. Ma certo! Chi altrimenti... avrebbe fatto, avrebbe detto, sarebbe stato... 

Un uomo, le membra slogate dalla croce, il costato squarciato dalla lancia, il sangue dato.

Non serve lavarlo, è così puro.

Il corpo del Cristo calato tra le loro braccia: Giuseppe si sporge, lo tocca.

Oh, averlo fatto quando era ancora vivo! 

Nicodemo è disfatto, lui ne era stato amico, lo aveva interrogato una notte intera. 

Ordina di appoggiarlo sulla pietra. Apre la brocca, versa l'olio e la speranza. La sua attesa si disperde con quel profumo prezioso, sopra un cadavere, lo onora. Onora la fine e la disperazione.

Il suo amico perduto. Tutto perduto. 

Sconfitta la Legge e la Giustizia, solo la morte è vera. Muore anche la parola. Nicodemo tace, ha smesso di domandare, ogni risposta persa sotto le sue dita, niente lo riporterà in vita. Nessuna avventura, nessuna favoletta o imbroglio: è morto. Certo. Punto. 

Giuseppe svolge il telo; nuovo, il sudario. 

Avere la possibilità di dare una casa al Cristo: quello che è mio è tuo, Signore.

Non finirai in una fossa comune. Ti stenderai nel luogo che ho voluto per il mio riposo, nel mio letto. E, quando accadrà che morirò Signore, sarò con te. Ho bisogno della tua Compagnia. Entrerò anch'io nel ventre della roccia e attenderemo insieme il tempo eterno. Con te accanto tutto sarà più facile, anche morire. Ti hanno ucciso, uomo tra gli uomini, sangue innocente sparso come niente; o come tanto, altro, sempre: guerre, vendette o solo per il gusto di ottenere tutto. Uomo, figlio dell'Uomo ti chiamavi, ora che ti tengo il volto tra le mani, lo so quanto lo sei, adesso, mio, fratello nella morte: figlio di Dio.

Giuseppe lo avvolge sotto gli occhi delle donne. Le bende, attorno al mento, le monete.

Teneramente.

Stanno in disparte, a sorvegliare. 

Una, rossa di fiamma e in viso, osa. Parla. 

Indica quella che invece tace.

I due uomini si scostano, obbedienti al volto della madre.

Vieni pure, donna. Ma che donna.

Che volto, che sguardo. 



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