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SABATO SANTO/ L'attesa di Giuseppe, la speranza vana di Nicodemo

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Raffaele Fanton, Deposizione, particolare (1990) (Immagine d'archivio)  Raffaele Fanton, Deposizione, particolare (1990) (Immagine d'archivio)

Ora che Lui è morto, i lineamenti liberi dalle mani del dolore, riaffiora la dolce somiglianza, fiorisce sulla superficie della pelle: mamma.

Giuseppe trema, così, inginocchiato, mentre regge il capo di suo Figlio, il magnifico frutto del suo amore, trema sfilando l'ultima spina dalla fronte: cauto, si punge, sanguina anche lui.

Perdonami, le dice. Non voglio fargli male. 

Nicodemo, uomo del pensiero, taglia corto: donna, ormai è morto. Facciamo il dovuto, compiamo il rito. Quella roccia è nuova, dono di Giuseppe, mio il profumo. Lo metteremo nel ventre del monte, gli rotoleremo avanti il masso. Comincia il Sabato. Noi lo onoriamo.

Lei tace.

Loro, quanto vorrebbero invece due parole, anche le lacrime, spartire il dolore.

Ma Lei non piange. Sta. 

Ferma come quella roccia, aperta, scavata. Lei è la montagna, lei la terra intera. La calpestata, la lacerata, la puerpera bagnata; accanto al Figlio, nudo, avvolto nella fascia bianca. Sorride, un poco, è stanca.



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