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SABATO SANTO/ L'attesa di Giuseppe, la speranza vana di Nicodemo

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Raffaele Fanton, Deposizione, particolare (1990) (Immagine d'archivio)  Raffaele Fanton, Deposizione, particolare (1990) (Immagine d'archivio)

Non piove più. Guarda quegli uomini che lo tirano giù.

Sono ricchi. Sono farisei. Amici suoi.

Hanno già deposto i filatteri, la sera è avanzata, questo Shabbat si annuncia greve. Sicuro, hanno portato un paio di servi per il lavoro duro. Il centurione li osserva e sembra piangere.

Con quella faccia da soldato intero li ha mandati da Pilato, sorpreso fosse già morto il suo innocente. Il cambio sconveniente con Barabba, bandito barattato con il condannato del Sinedrio; un capo religioso, un Profeta,  da togliere di mezzo rapidamente. Pilato lo ha presentato al mondo, insanguinato, incoronato, addosso il drappo rosso di re Erode: "Ecce, Homo". Queste due parole sfuggite dalla bocca ha sentito che non venivano da lui, dalle profondità dei suoi polmoni, un'altro alito le ha dette, le ha annunciate. Pilato si è tirato indietro. Si è lavato. Ora, stupito che tutto sia già finito, ha detto certamente, è vostro, irrimediabilmente. Prendetelo, non è mai stato mio. Meno che mai da morto; e manderà le guardie a vegliare sul sepolcro, Caifa ha paura ma lui, il capo dell'esercito latino ha ancora più paura del divino.

Invece questi due pare non lo temano, si sfiorano, vestiti così bene davanti all'uomo nudo. Crocefisso.

Bianchissimo. 

Ordinano ai servi la prudenza. Piano, fate piano... Nicodemo è più agitato. Giuseppe, affranto, ma sembra solo stanco al confronto.

Il primo ha comprato una mistura di aloe e mirra, un orcio intero; l'altro apre il suo sepolcro. Si sono consolati; aspettati. Mentre Caifa percuoteva il Giusto sulla guancia, alla pronuncia della Sua testimonianza, loro hanno sentito il colpo nel petto: no, qui non sto. Non posso restare in questo Tribunale, questa Legge seppur giusta non è vera. Non in questa maniera.

Nicodemo in verità aveva già tentato di difenderlo nel Tempio; che non si metta in dubbio la sua coerenza, che non si accusi lui di incompetenza; lo aveva osservato, ascoltato i testimoni dei miracoli. Poi, di notte, era andato a cercarlo: "Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio" ma io, io, come posso rinascere da vecchio? E all'alba se ne era andato, perché la verità viene dalla luce; ma era anche ritornato, nella notte più nera delle notti, il nardo tra le mani, il suo cuore un vaso di profumo rotto sul suo profeta morto.

Giuseppe, come il nome del padre di quest'uomo. Si dice sia stato buono; nato in una città lontana, Arimatea, ma voleva vivere in Gerusalemme; era ricco, lì aveva comperato casa per questa vita e per l'attesa, un sepolcro scavato nuovo da cui avrebbe risposto prontamente alla tromba dell'angelo annunciante.

Vivere con Dio, diceva, in attesa della Sua chiamata. Aveva creduto di essere chiamato.



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