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PASQUA/ Piero della Francesca e quella "vittoria" che non salva solo l'anima

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Piero della Francesca, Resurrezione di Cristo, particolare (1450-1465) (Immagine d'archivio)  Piero della Francesca, Resurrezione di Cristo, particolare (1450-1465) (Immagine d'archivio)

Il colore del sudario era tradizionalmente bianco ma qui il riferimento è probabilmente a Isaia 63: "Chi è costui che viene da Edoma, da Bozra con le vesti tinte di rosso? Costui, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza?". Nella visione di Piero, Gesù ha infatti riacquistato pienamente la sua corporeità umana. L'artista sembra ignorare del tutto la straordinarietà della vita post mortem del Redentore, egli ne esalta invece la potenza e la bellezza anche fisica. In questo dipinto la Resurrezione non è affatto descritta come una diminuzione della corporeità, ma letta come il momento in cui il corpo raggiunge la compiutezza anche fisica cui è stato destinato. Per ottenere tale risultato, Piero utilizza tutta la cultura umanistica di cui è impregnata la sua arte, recuperando la tradizione della statuaria classica e conferendo alla figura e al volto di Cristo una dimensione ideale che ne esalta la bellezza. 

Come di consueto, inoltre, costruisce la composizione ponendo i personaggi principali in primo piano, dando loro maggior risalto, come si vede nel magistrale intreccio di corpi delle guardie. Due di esse, poste a custodia del sepolcro, sono profondamente addormentate (e nel personaggio che appoggia il capo sul sepolcro a sinistra la tradizione vuole che Piero abbia inserito il suo autoritratto), e due invece sembrano risvegliarsi, un tema certamente legato alla renovatio mundi introdotta dalla Resurrezione. 

Nella fissità quasi granitica della possente figura di Cristo è dunque descritta in modo assolutamente icastico la vittoria sulla morte e la sua signoria sulla realtà tutta: le cose, cioè il paesaggio che riprende vita, e gli esseri umani, che si svegliano dall'incoscienza della salvezza cui sono destinati. In tutto ciò Piero aderisce completamente al volere dei suoi concittadini, creando un'immagine che nella sua emblematicità ed assoluta semplificazione geometrica, diviene immediatamente un'icona, con una funzione quasi araldica, che evidentemente il Borgo di Sansepolcro andava cercando.

Nel 1512, a distanza di non molti anni dalla realizzazione dell'affresco, che avvenne in un momento ancora sfuggente alla fine degli anni Cinquanta del Quattrocento, si ha notizia che davanti al dipinto venne collocato un altare per la celebrazione della messa per la quale era stato nominato un cappellano speciale. Mentre a partire dal 1571 sappiamo che i Conservatori sostavano in preghiera, inginocchiandosi davanti all'immagine prima delle loro riunioni. Da subito dunque la sacralità del dipinto risultava patrimonio comune di chi lo ammirava. 

E tale straordinaria impressione non si è confusa nei secoli. Ricordandosi che lo scrittore inglese Aldous Huxley nel 1924 aveva definito la Resurrezione: "La più bella pittura del mondo", il capitano Anthony Clarke, al momento di bombardare la cittadina nel 1944, decise di non mettere a repentaglio l'affresco di Piero e Sansepolcro venne risparmiata. La Resurrezione ha continuato dunque nei secoli a proteggere il Borgo di cui era stata eletta simbolo.



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