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ARMENIA/ "Ho trovato laggiù il cuore più vero dell'Europa smarrita"

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Il rapporto con l' Armenia non è nato casualmente e senza una storia. Nel 2003 avevo già fatto privatamente ed individualmente un viaggio di quattro settimane nella regione del sud del Caucaso, con un'attenzione particolare per l'Armenia. Negli anni successivi sono stato il responsabile di un gemellaggio della nostra scuola, come parte del programma di gemellaggio del nostro Land con l'Armenia, in forza di un contatto storico con questo paese asiatico ma con forti agganci europei. Questo lavoro mi ha permesso di viaggiare ulteriormente in Armenia e di coltivare contatti con la nostra scuola gemella in Eriwan e così di conoscere in modo più approfondito questo paese, sia a livello sociale che culturale.

Quale è stato l'ambito della tua attività in Armenia? Quali aspetti ti hanno procurato gioia e quali invece hai vissuto come un problema?
Dapprima avevo l'impegno dell'insegnamento di tedesco in una scuola statale. Oltre a questo, poco dopo, ho assunto anche un impegno analogo in una seconda scuola, che si trovava a quaranta chilometri della capitale. Così vi andavo ogni lunedì, con i piccoli mezzi di trasporto tipici dell'Armenia, cambiando il mezzo, per ogni viaggio, ben tre volte. Insegnavo tedesco là dalle sei alle otto ore, per il resto della settimana insegnavo invece nelle classi settima fino alla decima nella capitale Eriwan. Mi sono accorto velocemente come i ragazzi avessero uno straordinario desiderio di imparare ed impegnarsi, sia in attività per così dire spirituali, sia in attività sportive. Questo ha ampliato ulteriormente i miei compiti. Comprai alcuni semplici palloni da basket e mi prestai a mettere in piedi due volte alla settimana, in una palestra semifatiscente, una specie di comunità sportiva. L'interesse era grandissimo e cresceva a vista d'occhio, sia nei ragazzi che nelle ragazze. Man mano che questa esperienza cresceva alcuni studenti di pedagogia e i loro insegnanti mi chiesero di fare dei corsi di didattica e metodo, in una forma seminariale. Infine vorrei ancora accennare ai miei piccoli contributi in progetti a protezione dell'ambiente. In tutto ciò mi colpì l'enorme interesse per il sapere, l'incredibile gioia ed apertura delle ragazze e dei ragazzi che incontravo. Da parte mia cercavo di evitare ogni forma di insegnamento o aiuto calato dall'alto. Al contratrio, io volevo aprirmi agli uomini, alla vita e alla cultura, ed anche alla fede armena. Ho cercato la loro compagnia ed ho accolto per me l'occasione per imparare a mia volta il loro modo di vedere. Mi sentivo come uno che insegnando impara. Mi ha colpito profondamente l'orgoglio (in senso positivo) e la considerazione di se stessi che avevano i giovani armeni, la loro volontà di vita e la gioia, anche se spesso si trovavano in situazioni sociali molto difficili, spesso dolorose e drammatiche anche a livello personale. Ho sempre stimato le persone che incontravo e mi sentivo accolto da loro; mi faceva piacere stare con loro e mi sono sentito trattato come un membro della comunità e addirittura della famiglia.

Delusioni?
Delusioni le ho provate piuttosto nei contatti con certi connazionali, che erano in Armenia per diversi motivi ed interessi. In modo particolare ho provato come frustrante, deludente e forse anche scostante questo tipo di rapporti per la loro forzatura: teoricamente erano lì per lo stesso scopo per cui ero in Armenia io, ma ho imparato presto che non era l'entusiasmo il vero motore del loro lavoro e della loro vita. Mi sono vergognato perché mi vedevo associato con queste persone che lavoravano nel mio stesso ambito di attività, ma che seguivano solamente i propri interessi e mancavano anche di responsabilità, a parte le mancanze caratteriali proprie a tutti gli uomini. 



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