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ARMENIA/ "Ho trovato laggiù il cuore più vero dell'Europa smarrita"

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Giorgio Agamben dice che il vecchio continente, l'Europa, ha unito solo economicamente le nazioni, mentre le "affinità" culturali concrete non hanno alcun peso. Insomma l'Europa omologa le culture. Si è rinunciato a tutte le affinità come forme di vita, religione e cultura, e al loro posto è subentrata la forza "ugualitaria" dell'economia. Ma questo tipo di interessi economici rispecchiano, per loro natura, solamente l'interesse di una minoranza, quella dei ricchi, mentre la maggioranza soffre per essi. L' Europa è un amalgama di politica, mezzi di comunicazione sociale ed economia e questo amalgama corrode la sostanza comunicativa, etica e religiosa della cultura. Il linguaggio viene mortificato e si rende per così dire autonomo, come una sorta di spettacolo dei mezzi di comunicazione sociale. Visto che ciò che vi è di comunionale in una società viene formato nel linguaggio, se questo muore, muoiono anche le forme di vita collettive. E quello che rimane è il soggetto liberal-capitalistico. Il popolo armeno, seppure pagando un prezzo molto alto, cioè sofferenze insopportabili e perdite terribili, ha potuto mantenere sia la propria lingua sia la sua cultura. Un popolo, giocattolo in mano ai grandi vicini e alle grandi sfere di influenza politica ed economica − oggi la situazione non è cambiata − forse ha sopravissuto solamente in forza della propria cultura, della propria fede e della propria lingua. Ha dovuto sopportare cento anni fa un genocidio, in cui sono state uccise un milione e mezzo di persone, la perdita di una grande parte dei suoi territori, dei suoi tesori artistici, la distruzione di centinaia di chiese, cimiteri e centri di meditazione; deve ancor oggi vivere la propria esistenza isolato da una grande parte dei suoi vicini o da loro minacciato, manca di materie prime o tesori economicamente significativi. Così l'interesse del mondo occidentale e del resto del mondo per questo popolo è minimo, dal punto di vista strategico si è interessati ad avere potere ed influsso sulla regione, ma neppure l'ovvio riconoscimento delle sofferenze ed ingiustizie subite, viene concesso al popolo armeno. Eppure con orgoglio ed affrontando grandi pericoli gli armeni lottano per l'affermazione di sé, senza essere sicuri di riuscire e senza una speranza ovvia. In questo senso ci sono molte cose che varrebbe la pena di conoscere di questa terra armena e del suo popolo. Il modo migliore per farlo è parlare con gli armeni stessi, condividere un po' la vita con loro. In questo modo si aprano i tesori armeni, che sono certamente utili per comprendere la nostra storia europea, che non deve essere ridotta al soggetto liberale e capitalistico di cui ho parlato prima. Parlando con gli armeni spesso ho fatto l'esperienza dello stupore e a volte mi sono vergognato del nostro modo "europeo" di vivere e pensare.

Nei giorni che siamo stati insieme ad Eriwan abbiamo svolto coi ragazzi armeni e tedeschi un progetto sul genocidio armeno, basato sulla lettura del romanzo di Antonia Arslan "La masseria delle allodole" (Milano, 2004). Quale impressione ti è rimasta del romanzo? 
Bernhard-Henry Levy ha detto una volta: "Dobbiamo pensare dai margini. Già l'idea di un punto centrale implica un pensiero teologico e metafisico, accettato senza domande. La mutezza (traduco coscientemente così e non con "silenzio", ndc) è una dichiarazione di guerra maestosa, certamente anche pacifica, ma senza dubbio chiara o l'affermazione di un disprezzo". 



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