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ARMENIA/ "Ho trovato laggiù il cuore più vero dell'Europa smarrita"

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Gli armeni sono stati sempre al margine e sono stati anche compresi e trattati solo in questo modo; non si è mai pensato dalla loro perspettiva. Leggendo "La masseria delle allodole" e pensando sul destino del popolo armeno descritto da Antonia Arslan nel suo romanzo ho pensato spesso a questo fenomeno di marginalizzazione. Ovviamente mi hanno sempre anche colpito la dimensione di orribile strazio che hanno dovuto soffrire gli uomini, in questo caso gli armeni. Ma sono diventato cosciente di un secondo significato di una tale storia, forse più universale. Tutte le situazioni in cui l'uomo si trova ad esistere sono ambivalenti, ma riusciamo ugualmente a scomporle nelle loro parti. C'è un numero infinito di giustificazioni. Mia nonna usava dire: è uguale cosa fai, è sempre falso. Anche se ad alcuni non sembra, questa frase dona una grande consolazione. Qui nell'Europa centrale non dobbiamo temere, nei nostri giorni, nessuna persecuzionesul tipo di quella subita dal popolo armeno, insomma nessuna che minacci la nostra esistenza: possiamo per lo più dire ciò che vogliamo. La battaglia di ogni giorno è quella di resistere alle tentazioni commerciali. Ma il tipo di decisioni che dobbiamo prendere noi per superare questo tipo di tentazioni non sono paragonabili alle decisioni morali che dovevano prendere i personaggi del romanzo della Arslan. E così stupisce per quanto tempo sia riuscito a questi personaggi, pur in una situazione drammatica e terribile ed in cui rischiavano la propria vita, di aiutare amici o addirittura persone che non conoscevano. E il romanzo raccontà la realtà, non una storia inventata. Molti lettori, però che hanno letto storie simili, forse penseranno che gli armeni avrebbero dovuti essere ancora più eroici, ancora più audaci. Ma improvvisamente si comprende, almeno così è capitato a me leggendo, che nessuno di noi sarebbe stato capace di azioni ancora più eroiche. Più passa il tempo e il mio confronto con temi storici si approfondisce, tanto più ho la sensazione che questo vale per tutte le figure storiche; è difficile fare un passo intero, anche i migliori ne compiono spesso solo una metà. In verità questi mezzi passi meritano il nostro stupore e il nostro rispetto. Dovremmo pensarlo più spesso ed orientare il nostro agire in questo senso.

Quale altra opera le persone interessate all'Armenia dovrebbero avere almeno sentita una volta menzionata?
Accanto a  questa opera di Antonia Arslan vorrei rinviare al romanzo di Franz Werfel, Die 40 Tage des Musa Dagh (I 40 giorni del Mussa Dagh) per fare un primo passo di comprensione della tragedia degli armeni all'inizio del secolo passato. Durante il mio periodo di vita nel Caucaso mi sono occupato dei documenti tradotti sul tema del genocidio a cui potevo accedere senza difficoltà nella biblioteca di Eriwan. Ho anche potuto vedere e leggere moltissime opere liriche, nella loro molteplicità, raccolte mitologiche e quelle piccole storie liriche che si chiamano Hairane e in questo modo penetrare un po', ma in modo profondo la lingua, il pensiero e la storia culturale di questo popolo. Il Matenadaran, uno dei musei più importanti dell'Armenia, conserva il tesoro più sacro degli armeni, i libri e in primo luogo gli antichi codici, scritti a mano, ed è, come centro di ricerca e come eredità culturale, di un valore incommensurabile  per la tradizione e la storia aremena. 



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