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LETTURE/ La "Passione" di Luzi, un maestro senza discepoli

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Mario Luzi (1914-2004) (Infophoto)  Mario Luzi (1914-2004) (Infophoto)

Il Cristo di Luzi vive un lunghissimo ed estenuante Getsemani. Nell'Introduzione, lo troviamo quasi sopraffatto dal dubbio di non essere ascoltato dal Padre. Nella battaglia, però, vince la fiducia filiale: "Padre, nella tua prescienza conosci tutto prima che sia / e quando è […] / Tutto ti è comprensibile: anche questo; / eppure dubito talora / che questa sofferenza non ti arrivi / poi subito di questo mi ravvedo / perché so la tua misericordia".

È un Cristo spiazzato dall'aridità degli uomini, gli stessi che lo avevano accolto nella Gerusalemme vestita a festa pochi giorni prima: "Sono ora Padre in balìa degli uomini / a cui tu mi hai mandato. / Che fare? Io li ho amati. / L'amore ha molte forme / tutte le ho provate e fatte ardere […] / A me come viatico soltanto l'amore è stato dato, / non ho avuto altra forma per difendermi" (Gesù condotto di fronte alle autorità terrene).

E ancora: "Questa marmaglia aizzata contro di me / ignora tutto di te, di me e dello Spirito / non conosce nemmeno il motivo dello scandalo, / ha solo in corpo un furore distruttivo da sfogare" (Gesù caricato della croce). 

È interessante confrontare questa via Crucis con quella del cileno José Miguel Ibáñez Langlois (Santiago, 1936). Autore poco noto in Italia (lo ha tradotto per Ares Cesare Cavalleri), ha scritto un vertiginoso poema sulle ultime ore di Gesù sulla terra (Il libro della passione) fuori da ogni inquadramento critico. 

Se Luzi cita il "furore distruttivo", Langlois inizia così la poesia sulla flagellazione: "I flagelli già si tingono del colore simbolico della regalità / il reo si contorce a somiglianza di animali vari / l'immagine più appropriata e biblica è quella del verme / anche se i suoi gemiti possono essere paragonati a quelli dell'agnello / l'effetto complessivo è stereofonico / i gemiti del reo il ruggire della folla le frustate il muggire del reo / le grida dei carnefici qualche silenzio disorientato / e laggiù in fondo il belato degli agnelli pasquali / il ciclo si ripete tre volte / quando sono esaurite le forze fisiche dei flagellatori / viene la coppia di rincalzo energie nuove spirito di emulazione / verghe nuove con punte di ferro vergini…". 

Immagine spietate, come quelle rivisitate cinematograficamente da Mel Gibson. 

Ma sappiamo che andò proprio così. 

Tra i momenti più toccanti della meditazione di Luzi, vi è il racconto dell'affetto di Gesù per la valle degli uomini: "Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto. / È bella e terribile la terra / […] Mi sono affezionato alle sue strade, / mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti, / le vigne, perfino i deserti. / È solo una stazione per il figlio tuo la terra / ma ora mi addolora lasciarla / e perfino questi uomini e le loro occupazioni, / le loro case e i loro ricoveri / mi dà pena doverli abbandonare" (Gesù e la terra degli uomini).



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