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GIOVANNI XXIII/ Santità e "rivoluzione" non sono mai andate così d'accordo

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Giovanni XXIII (1881-1963, papa dal 1958) (Immagine d'archivio)  Giovanni XXIII (1881-1963, papa dal 1958) (Immagine d'archivio)

Se però c'è un tema pastorale che in sé contiene tutto papa Giovanni e come tale ne può riassumere la missione, questo ha origine in quel discorso che egli pronunciò nella Basilica di San Paolo fuori le Mura il 25 gennaio 1959: «Venerabili Fratelli e Diletti Figli Nostri! Pronunciamo innanzi a voi, certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione: di un Sinodo Diocesano per l'Urbe, e di un Concilio ecumenico per la Chiesa universale». Molto si è detto e scritto sulle reali intenzioni del papa, sull'eterogenesi dei fini, o provvidenzialità che portò nel 1965 papa Montini a chiudere un evento rinnovatore probabilmente al di là della visione del suo predecessore. E molto si è insistito sul fatto – peraltro indiscutibile – della sorpresa che colse allora l'episcopato, in particolare quello italiano che si stava organizzando proprio in quegli stessi mesi in forma collegiale nella nuova Cei che lo stesso Roncalli aveva appena affidato alla conduzione del card. Giuseppe Siri. 

Con il "suo" Concilio Roncalli intendeva spingere la Chiesa universale a mutare in chiave contemporanea le modalità con cui essa aveva sino a quel momento annunziato le custodite verità del depositum fidei, peraltro a suo avviso espressione indiscutibile di una «dottrina certa e immutabile», degne di «un assenso fedele»,  eppure ai suoi occhi di viaggiatore nel cristianesimo mondiale, allora esigente un approfondimento nelle sue forme appunto di trasmissione al popolo di Dio. 

Come è noto soprattutto agli studiosi,  il discorso per la solenne apertura del Vaticano II dell'11 ottobre 1962 ha segnato un varco nelle vicende della Chiesa contemporanea, ed ha alimentato una precoce e per certi versi monumentale storiografia conciliare, dividendo le letture di chi ha ritenuto intravedervi la premessa di un evento dirompente e rivoluzionario e chi, invece, ne ha sottolineato la continuità rinnovante. 

Temi come la riforma liturgica, la chiesa dei poveri, il sacerdozio universale con la comune chiamata alla santità dei fedeli, poi confluiti dopo la morte di Roncalli nelle costituzioni dogmatiche conciliari avrebbero avuto un peso significativo e per ceri versi determinante nell'evoluzione della vita ecclesiastica ed ecclesiale degli anni e decenni a seguire. Forse però il carattere del Concilio che più porta intriso in sé il significato principe della testimonianza giovannea sta tutto in quell'aggettivo "ecumenico", in cui il nunzio di legazioni lontane e più vicine volle leggere la sfida forse ai suoi occhi maggiore lanciata alla Chiesa della sua epoca: il dialogo tra le fedi, tra le confessioni cristiane così come con le altre religioni e filosofie di vita del globo. Quella libertà religiosa, quell'"essere nella verità" del cattolicesimo romano che trova emblematica premessa nella  decisione del papa bergamasco, assunta il venerdì santo del 1959, in totale autonomia e senza alcun preavviso, di eliminare dalla preghiera "Pro Judaeis", l'aggettivo che tradizionalmente qualificava come "perfidi" gli Ebrei.



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