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GIOVANNI XXIII/ Santità e "rivoluzione" non sono mai andate così d'accordo

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Giovanni XXIII (1881-1963, papa dal 1958) (Immagine d'archivio)  Giovanni XXIII (1881-1963, papa dal 1958) (Immagine d'archivio)

Se, oggi, dopo un iter comprensibilmente più lungo di quello di altri Santi della Chiesa, innanzitutto per il suo essere stato pontefice e quindi anche capo politico della Chiesa – come ricordano episodi chiave quali il suo delicato ruolo di mediazione nei drammatici giorni della crisi dei missili su Cuba – la figura del beato Roncalli sarà elevata a modello universale di santità, nell'opinione comune vi è comunque la convinzione che tale passaggio si debba soprattutto a episodi quali il celebre "discorso della luna" (tenuto la sera dell'11 ottobre del '62, giorno di apertura del Concilio, ndr), alla straordinaria semplicità comunicativa del "papa buono" coram populo. Meno si penserà probabilmente al Concilio, o anche alla Pacem in Terris, straordinario documento sociale, enunciatore di "terza via" tra capitalismo e socialismo, che si deve soprattutto alla sua volontà di parlare «a tutti gli uomini di buona volontà», stabilendo anche in questo una novità nello stile pastorale dei pontefici.

Ma va bene così, papa − anzi San − Giovanni XXIII rivivrà così nei nostri cuori, come già lo ha fatto in chi dopo la sua morte ha cominciato a custodirne gelosamente la sua celebre immaginetta, talmente diffusa da giustificarne appieno e da subito la fama di santità. Oggi come allora, la carezza del papa buono ci accompagnerà in questa epoca travagliata, e ciononostante ancora densa anche di presagi di bene. 



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