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LETTURE/ García Márquez, perché uno scrittore è stato amato così tanto?

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Gabriel García Márquez (1927-2014) (Immagine d'archivio)  Gabriel García Márquez (1927-2014) (Immagine d'archivio)

Nel 1962, a Città del Messico, scopre la sua definitiva voce. Alcuni racconti di I funerali della Mamá Grande cominciano a abbozzare ciò che esploderà nel racconto omonimo. L'iperbole, i paragrafi tracciati come una colonna salomonica, logici, barocchi, perfetti, la frase sentenziosa e fatale, l'esclamazione definitiva, l'aggettivo preciso o insolito, l'ossimoro, la piena felicità di contenuto e fondo. Di nuovo, la lingua spagnola nel suo maggior splendore. 

L'espressione più compiuta della scoperta sarà Cent'anni di solitudine, ma la sperimentazione continua con L'autunno del Patriarca, dove i capitoli si snodano senza punteggiatura e si consolidano le ossessioni ricorrenti dello scrittore concentrate in una sola: la costruzione di un mondo totale e autosufficiente. E poi: il rischio del melodramma nell'Amore nei tempi dei collera, più un trattato sull'amore e la sua disperazione che un romanzo; il tema del destino e del tempo circolare in Cronaca di una morte annunciata; la dolente indagine sul potere nel Generale nel suo labirinto. 

La grande domanda non è perché Gabriel García Márquez era un grande scrittore. Lo sappiamo tutti. La domanda è perché fosse tanto amato. Molto probabilmente lamentiamo la scomparsa del grande scrittore colombiano semplicemente perché in ogni sua opera si celebrava il grande evento della vita. La vita così come ci è stata data, con tutte le sue contraddizioni, miserie, debolezze. E con i suoi momenti felici ed esaltanti. Gabriel García Márquez interrogava la vita con lo stesso stupore con cui un bambino va scoprendo il mondo. Con la potente passione d'indagare, attraverso le storie, cosa siamo noi, dove ci porta lo spirito. Cioè, con la potente passione della letteratura.

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