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LETTURE/ Che cos'è un "classico"?

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Antonio Canova, Amore e Psiche (1788) (Immagine d'archivio)  Antonio Canova, Amore e Psiche (1788) (Immagine d'archivio)

L'ha denunciata perché ha fatto qualcosa che non doveva? Vuole raccontarci cosa ha fatto? E mi rendo conto che gli attori (si tratta di attori, vero?) mi hanno portato sulla frontiera invisibile della paura; non so più da che parte sto, e dubito di saperlo anche fuori da questo teatro in cui ho smesso di essere spettatrice e sono diventata protagonista. 

Quale è il mio "Impero"? A quale cultura appartengo e quante volte al giorno devo superare frontiere, ogni volta che digito un PIN o una password, ogni volta che devo "autenticarmi" per accedere ad uno spazio virtuale, ogni volta che all'aereoporto passo sotto sconosciuti raggi? Quante volte al giorno trasgredisco confini? Qualcuno ha mai letto le mie mail o i miei sms? Ha violato le mie parole d'amore o di risentimento? Ha attinto ai miei file o al mio conto corrente? Devo difendermi? Posso difendermi?

In una delle ultime stazioni della performance teatrale, si entra in una roulotte: dietro a un vetro una donna bionda, giovane, bella (una "barbara"? potrebbe essere rumena o ucraina) si trucca, si spoglia, si specchia e nello specchiarsi mi guarda (lo sa che sono qui, e mi provoca. Sa che sono una donna? Oppure sa solo che un indefinito spettatore sta al di là del vetro?). Cosa provo nei suoi confronti? Paura, necessità di difendermi? Un'attrazione insidiosa, inammissibile, la repressa curiosità di scoprirla mentre si passa sulle labbra il rossetto, si prepara forse all'amore? Desiderio di vederla mentre fa l'amore? Voglio essere lei? Voglio essere bella come lei o un'attrice come lei? Di cosa mi parla? Muove le labbra ma non capisco. Qualche parola in inglese, l'accento straniero ma indistinguibile, domande a cui non aspetta risposta. A quali sensazioni inconfessate riesce a fare appello mentre avvicina la sua bocca allo specchio (sa che io sono qui), sussurrando "vieni, vieni, vieni"? Vieni dove? I desideri sono anch'essi confini fragili come vetro? Di quanto coraggio abbiamo bisogno per specchiarci in un altro? Di quale forza per abbandonarci ad un abbraccio?

Lo spettacolo finisce d'improvviso, con una porta che si apre nell'uscita di sicurezza, scale che portano fuori, dove tutto è immutato. Il rumore del traffico affannoso del venerdì sera. Berlino, di nuovo. Una Berlino che non dorme,  che sogna anche quando è giorno, aperta come gli Spätkauf, i negozi notturni, 24 ore su 24, arrogante come un ubriaco, in movimento come i suoi marciapiedi, Berlino che dimentica costruendo di nuovo sulle rovine e ricorda finanziando il progetto del Castello che fu di Federico il grande. Berlino, in continuo trasloco.

Aspettando i barbari di J.M. Coetzee suscita domande che mettono in discussione il nostro stesso stare al mondo. Questa capacità di porre domande non è di tutti i libri, ma solo dei classici. Incontrare un classico è un'esperienza individuale, che sfugge alle definizioni. Cos'è un classico?



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