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LETTURE/ Che cos'è un "classico"?

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Antonio Canova, Amore e Psiche (1788) (Immagine d'archivio)  Antonio Canova, Amore e Psiche (1788) (Immagine d'archivio)

Pomeriggio luminoso di giugno 2013 a Berlino. Riflessi d'oro galleggiano sulla Sprea, specchio di verde. Quartiere di Kreuzberg, nel punto dove passava il confine tra le due Germanie e la città era dimidiata. Di quel passato resta solo un'ombra: una striscia di mattoncini dal percorso irregolare, su cui a intervalli una targa in piombo ricorda: "Muro di Berlino, 1961-1989". Il botteghino di un teatro. Le scritte al neon scorrevoli all'entrata lampeggiano con il titolo dello spettacolo in programma: "Aspettando i barbari, dal romanzo di J.M. Coetzee". Arriva un uomo bruno. Lo sguardo è nascosto da scuri ray-ban di stile militare. Mi impone di seguirlo. Da quel momento in poi, inizia un percorso nei meandri dell'edificio: corridoi asfittici e dietro ogni porta pesante stanze buie - è una finzione, mi ripeto. La prima stanza è quella dell'interrogatorio: un ufficio senza finestre, illuminato da una fioca e tremante lampadina, gli arredi di formica beige, un uomo dal volto lattiginoso, che non riesco a guardare negli occhi, mi chiede chi sono, che faccio, perché sono qui e se so da che parte del confine sto, dico di no, mentre il disagio cresce mio malgrado (è solo una finzione, una installazione, uno spettacolo). Nessun commento tranne il ticchettio della macchina da scrivere (un anacronismo, chi usa ancora macchine da scrivere?). Brusio in sottofondo, una radio o una ricetrasmittente, ma la lingua non si capisce. 

La ricostruzione risponde alla descrizione dell'ufficio del capitano Joll, l'aguzzino, nel romanzo di Coetzee Aspettando i barbari (1980). Nel romanzo si svolge la vicenda di un magistrato in un lontano e isolato avamposto dell'Impero, sospettato di essere dalla parte dei "barbari", senza che davvero si sappia chi siano i "barbari", anche se regna l'angoscia per una loro invasione, si scorgono – pare - ombre pericolose al di là di un confine che si affaccia su una terra di nessuno, la tortura, l'ansia, i modi di un Impero che continuano i modi di un altro Impero. 

Intanto, nella città dell'Impero, si continua a imprigionare e a barbaramente torturare. Ed è proprio quel che accade nella città che viene rappresentato nello spettacolo. Da un interrogatorio si passa ad un altro. Ogni risposta è sbagliata. Ha con se oggetti pericolosi?, mi chiede una donna algida, bruna di carnagione, dai lineamenti duri. – No, naturalmente, dico. – Non è vero. I lacci delle scarpe lo sono. Ha un accendino con sé? Lo lasci qui. Anche il cellulare. Qualcuno sa che Lei è qui? Con chi vive? Da quanto tempo? Perché vuole andare fuori dai confini? Sa che qualcuno l'ha denunciata? Qualcuno che la conosce? 



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