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LETTURE/ Sciascia, tra Shakespeare e la Bibbia

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Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine d'archivio)  Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine d'archivio)

Ma nel 1961, anno di pubblicazione del Giorno della civetta, la mafia non era ancora al centro di dibattiti, tavole rotonde, polemiche in primo piano, e nemmeno era oggetto di grandi inchieste giudiziarie con massiccia mobilitazione massmediatica. Legittima la rivendicazione con cui Sciascia avrebbe enfatizzato, anni dopo, l'originalità di una mossa: «Ho scritto questo racconto nell'estate del 1960. Allora il governo non solo si disinteressava del fenomeno della mafia, ma esplicitamente lo negava». Qualche saggio sporgeva, questo sì; ma la letteratura ignorava o quasi il filone. Apparenti eccezioni, Mafia di Cesareo, I Mafiusi di la Vicarìa di Rizzotto e Mosca; opere di tono, addirittura, apologetico, non nell'accezione di «un'apologia della mafia come associazione delinquenziale (che in questo senso si negava esistesse)», bensì di una legittimazione del cosiddetto "sentire mafioso", modalità di gestire la convivenza sociale «al di fuori delle leggi e degli organi dello Stato».

Già in questo primo giallo di Sciascia, peraltro, la Sicilia, le cosche, i politici collusi, il clero benedicente e connivente costituiscono il concreto terreno di verifica di un tema generale, quel tema della giustizia e della legge che doveva affaticare sino alla fine lo scrittore di Racalmuto. Per il capitano Bellodi, l'eroe (votato all'insuccesso) del Giorno della civetta, il primo di una serie di detective con aperture e rovelli intellettuali, la legge è forma della ragione. Un giurista come Enzo Vitale ha individuato qui l'approccio del giusnaturalismo classico, secondo cui la decisione di diritto deve essere sempre dotata di giustificazione obiettiva, razionalmente argomentabile; deve essere, insomma, giusta. Il diritto e lo stato di diritto sono contrassegno di civiltà in quanto esprimono la misura della ragione; e va respinta, la mafia, perché fuori da questa misura. 

Nel frangente monitorato da Sciascia, tuttavia, il diritto non riesce a incidere, non si traduce in efficace azione di contrasto sul piano giudiziario, e il tumore resiste, moltiplica le sue metastasi. Tanto più lontana la redenzione: di una terra, della sua gente, di quanti restano catafratti in un costume criminale. Non è indifferente che Il giorno della civetta, ideato già nel marzo 1956 e redatto a partire dal biennio 1957-59 (come risulta dalla corrispondenza di Sciascia con Calvino), nasca quasi contemporaneamente a un altro romanzo "siciliano" assai sensibile all'urgenza del riscatto. Appariva infatti nel 1958, riscuotendo il ben noto successo, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Si dirà che i due libri sono davvero incompatibili. Da una parte, un romanzo storico volto a tributare solenni onori funebri all'aristocrazia, avvolgendo la sua fine nel prezioso sudario di una scrittura magnificamente barocca; dall'altra, un racconto documentario (la definizione è di Calvino) con magro e nervoso referto su un tessuto rurale devastato da una proliferazione di cisti, colonizzato da uomini d'onore con salde aderenze nelle istituzioni, non solo locali. 



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