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LETTURE/ Sciascia, tra Shakespeare e la Bibbia

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Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine d'archivio)  Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine d'archivio)

Sciascia, del resto, non esiterà a emettere, sul Gattopardo, un verdetto sfavorevole. Ma avrà anche modo, in seconda battuta, di rettificarlo. E le due opere quasi coeve si rivelano espressioni diverse di un medesimo disagio; per la mancata resurrezione della Sicilia all'indomani della caduta del fascismo, in quella Repubblica altrove coinvolta dal progresso, auspice e levatrice la democrazia finalmente in auge. Per Lampedusa, certo, il problema aveva radici remote, risalenti al Risorgimento incompiuto e "tradito"; ma anche Sciascia, nel racconto Il quarantotto, scritto prima dell'uscita del Gattopardo, anche se pubblicato nel 1958, si era espresso, sulla vicenda risorgimentale, con accenti critici. 

C'è una spia lessicale di questa sotterranea consonanza fra due approcci, in apparenza, così difformi. Un'espressione celebre del Gattopardo fotografa il paesaggio «irredimibile» dell'isola. E già Nunzio Zago, frequentatore cordiale delle pagine lampedusiane, osservava che Sciascia, nel suo tardo romanzo Porte aperte, del 1987, qualifica Palermo come «città irredimibile»; con eco non certo accidentale. E si noti: Il giorno della civetta, redatto prima e dopo l'uscita del capolavoro di Lampedusa, definisce il capomafia don Mariano Arena «una massa irredenta di energia umana». Il che non sottrae proprio nulla alla combattività di Sciascia, al suo engagement (una volta si diceva così); al contrario, un impegno è tanto più leale e non mistificatorio quando riconosce una difficoltà o, più radicalmente, un'impotenza.

Il famoso colloquio tra Bellodi e don Mariano costò a Sciascia obiezioni e rimostranze, e proprio da parte di alcuni compagni di strada, o presunti tali: come avallare lo scandaloso scambio di battute in cui il mafioso, messo sotto torchio, ma senza umiliazioni e violenze, arrivava a dire al capitano «lei è un uomo», ottenendo per di più una risposta solidale, «anche lei», a sigillo di un «saluto delle armi» altamente sospetto? Scrittore ingovernabile, Sciascia; pronto a sabotare ogni orizzonte d'attesa, quello dei nemici e quello degli amici, per i quali nondimeno, asseriva di scrivere, col nota bene che meritare gli amici non è possibile, a volte, senza contraddirli, a costo di dolorose rotture. 

Tornando sul Giorno della civetta, Antonio Di Grado ne ha captato lo scarto rispetto a un altro libro di forte impatto, Uomini e no di Elio Vittorini. Avvertire negli stessi criminali un fondo di umanità, ecco la difficile conquista di Sciascia. Il quale estende la sua pietas fino a un termine ancor più spregevole del roccioso capobastone mandante di delitti in serie.

C'è un personaggio laido nel Giorno della civetta, l'informatore dei carabinieri Calogero Dibella, che deve all'eloquio facile e all'ipocrisia il soprannome di Parrinieddu. Doppiogiochista di mestiere, in precario equilibrio su un filo insidiosissimo per il ricatto mafioso e la pressione della polizia, lo squallido confidente riesce parente prossimo di quei miserabili che avevano sporcato l'epica della guerra di liberazione, disposti com'erano, per salvar la pelle, a ogni abietto destreggiarsi tra fascisti e partigiani. 



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