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LETTURE/ Sciascia, tra Shakespeare e la Bibbia

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Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine d'archivio)  Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine d'archivio)

Bellodi, che ha fatto la Resistenza, ricorda bene simili opportunisti, «fango di paura e di vizio». Inevitabile il loro destino, finire «sotto uno strato leggero di terra e di foglie secche»; e prima, in giorni annaspanti, patire una morte in vita, lo strangolamento del terrore. «La sola cosa umana che avessero era questa agonia in cui, per la loro stessa viltà, si dibattevano». Impensabile contrassegno dell'umano. 

E vogliamo richiamare, a questo punto, un personaggio di altra officina, Luigi Murica, l'ignobile, affranta spia in mano ai fascisti tratteggiata con compassione («Ecce homo, ecco un pover'uomo») da uno scrittore felicemente abnorme, Ignazio Silone, che meriterebbe oggi un ascolto più sereno, privo di pregiudiziali moralistiche. 

Di certo, questi dilaniati, stravolti delatori rappresentano un contributo non banale della nostra letteratura a inquietudini, sbandamenti e abissi del Novecento. Impressiona soprattutto, e interroga, lo sguardo offerto, in Silone come in Sciascia, a sagome così inquietanti: l'amicizia che il rivoluzionario Pietro Spina non rifiuta a Murica; l'impulso fraterno che avverte per Parrinieddu il capitano Bellodi, commosso di pietà e di doloroso fastidio, «la pietà e il fastidio di chi, sotto apparenze già classificate e definite e respinte, improvvisamente scopre nudo e tragico il cuore umano».

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