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LETTURE/ Sciascia, tra Shakespeare e la Bibbia

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Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine d'archivio)  Leonardo Sciascia (1921-1989) (Immagine d'archivio)

Accostare di nuovo Sciascia, ripensarne la presenza. Magari a partire dal suo primo romanzo, Il giorno della civetta, che gli procurò notorietà e fraintendimenti, lettori numerosi e qualche diffidenza. Il patrocinio era illustre, rispondeva al nome prestigioso di Shakespeare: «... come la civetta quando il giorno compare», recita la citazione in epigrafe, tolta dall'Enrico VI. Una tessera ritagliata con abilità. Reperita casualmente? Quando occorre un titolo e si ha difficoltà a trovarlo, dichiarerà poi lo stesso Sciascia, basta «aprire a caso la Bibbia o Shakespeare». 

Il che non significa mettersi alle calcagna del puramente fortuito. Tanto meno per l'interessato, la cui intenzione è portare la cronaca a una luce superiore, approfondire l'attualità facendo leva su un paradigma. Quella sorta di società segreta che è la mafia dovrebbe sempre cercare il favore delle tenebre, eppure comincia ormai ad agire in piena luce. Proprio come la civetta, animale notturno che può inopinatamente affacciarsi di giorno; l'insolita, allarmante epifania sorpresa dal grande drammaturgo inglese. 

Porta con sé, quella metafora, lo stravolgimento di un ritmo che dovrebbe essere ascendente: il passaggio dalla notte all'aurora è avvertito non come progresso e sollievo, ma come più grave corruzione, nel dilagare di una presenza aggressiva. E ai processi attuali, avverte Sciascia, si addice uno schema disforico, che registra il crescere dell'iniquità, il suo progressivo emanciparsi da cautele e precauzioni, con invadenza impudente, sfacciata. L'allarme intendeva denunciare anche la correità del potere politico; quel j'accuse era però temperato da una fiducia nello schieramento all'opposizione, vettore di novità radicali, di un ribaltamento della decadenza in ripresa. 

Sciascia non avrebbe poi rinnovato tale apertura di credito. Nei suoi ultimi romanzi, il contagio si ramifica ovunque, e i superstiti che ancora si oppongono restano sempre più isolati, privi di ogni apprezzabile supporto, traditi anzi da chi doveva spalleggiarli. Ciò che non viene meno è la loro esigenza di un'alternativa; e rimane, questa esigenza, l'unica e pur irriducibile pietra d'inciampo rispetto a un diagramma involutivo, alla certificazione dell'imputridire di un'intera società.  

Si insinua subito, l'alba straziata, entro il Giorno della civetta: pochi periodi e senza indugio, nel paese siciliano che fa da teatro non ridente, l'omicidio è consumato. Certo, i due colpi di lupara che regolano i conti con l'imprenditore Salvatore Colasberna e non fessurano il compatto mutismo degli astanti occasionali, segnati da un «silenzio di secoli», possono far sospettare, oggi, una concessione dello scrittore allo stereotipo. Agguato e omertà: quante volte abbiamo incontrato questo binomio in libri, in settimanali, in film di grande richiamo, in seriosi documentari televisivi? E il cliché si fa forte dell'accattivante colore locale, del folklore di maniera contrabbandato per messa a fuoco sociologica. 



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