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ARTE/ Redon, com'è facile "vedere" l'invisibile

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Odilon Redon, Ophelia (1903 c.a) (Immagine d'archivio)  Odilon Redon, Ophelia (1903 c.a) (Immagine d'archivio)

Nelle sue opere si avverte semmai uno spiritualismo senza nome, il presentimento di un Dio ignoto o, forse, dimenticato. Eppure nel mondo fin de siècle, segnato dalla filosofia positivista e materialista in cui si trova a vivere, Redon porta un'istanza, un'esperienza, un desiderio nuovi. Con lui e col simbolismo, insomma, la vista, l'impressione, la percezione della realtà, di cui avevano parlato Monet e Renoir, non sembrano più sufficienti. Al termine stesso di realtà si attribuisce ora un significato più vasto e all'arte come natura dell'impressionismo si sostituisce appunto l'arte come simbolo. Etimologicamente la parola, dal greco "sun-ballein", "legare insieme" suggerisce già il riallacciarsi a qualcosa: la pittura non deve limitarsi a creare un rapporto tra chi guarda e chi è guardato, ma anche tra ciò che si vede e ciò che è oltre l'occhio. 

Il programma di Redon è preciso: "La natura ci ordina di obbedire ai doni che ci ha fatto. I miei doni mi hanno introdotto al sogno: ho provato i tormenti dell'immaginazione e il sentimento di sorpresa suscitato dalla matita".

Per lui dunque, che pure da giovane aveva studiato a lungo la pittura all'aria aperta, ispirarsi alla natura significa soprattutto ispirarsi al mondo dei sogni e attingere all'incerto, all'impalpabile, all'indefinito. 

Da un punto di vista cromatico, diversamente dagli impressionisti, Redon valorizza inizialmente il chiaroscuro, le ombre, il nero. "Il nero è più spirituale del più bel colore della tavolozza o del prisma" dichiara. Recupera anche i soggetti letterari, ispirandosi a Poe e Mallarmé, e popola le sue stampe di creature notturne, di mostri microbici, di folletti, di cellule occhieggianti e animate. Dopo il 1890, però, recupera gradualmente l'uso del colore (un colore lieve come polline) e accentua la sua vocazione vitalistica, concentrandosi soprattutto sull'infinitamente piccolo, su una biologia irreale e brulicante.

Morirà a Parigi nel 1916, nel pieno della prima guerra mondiale, quando il suo mondo di sogni si è ormai trasformato in un mondo di incubi e quando i suoi cavalieri che cavalcano nel cielo si sono tramutati in combattenti nelle trincee. 



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