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ARTE/ Redon, com'è facile "vedere" l'invisibile

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Odilon Redon, Ophelia (1903 c.a) (Immagine d'archivio)  Odilon Redon, Ophelia (1903 c.a) (Immagine d'archivio)

Da molto tempo la Fondazione Beyeler di Basilea organizza mostre di solido impianto scientifico e di sicura piacevolezza. A differenza dell'Italia, dove quando è annunciata la rassegna di un grande artista si teme sempre il peggio (si teme cioè di trovarsi di fronte a un nome-civetta e a un contenuto casuale, perché accade spesso di vedere antologiche su Picasso, Pollock, Chagall, gli impressionisti, dove dei suddetti c'è solo qualche quadro minore, circondato da opere di comprimari che non interessano a nessuno), a Basilea si può - come si usa dire - andare sul sicuro. L'eccellente mostra dedicata quest'anno a Odilon Redon, aperta fino al 18 maggio, non fa eccezione e ricostruisce tutto il percorso dell'artista, dai "noirs" alle sue composizioni di fiori, dalle Ofelie alle ultime opere.  

Redon (Bordeaux 1840-Parigi 1916) è un artista che è utile conoscere anche quando non ci si interessa specificamente di pittura. Il suo insegnamento consiste nella capacità di riportare l'arte a esprimere non solo il visibile, ma anche l'invisibile. Gli impressionisti avevano espulso dai loro quadri i soggetti non naturalistici, rinunciando ai temi storici, religiosi, letterari, mitologici, leggendari, fantastici, simbolici, allegorici. Avevano sacrificato la dimensione concettuale dell'arte, riconducendola quasi esclusivamente all'esercizio dello sguardo e praticando una "pittura retinica", cioè di pura sensazione, come li accuserà Duchamp. Redon invece, e con lui tutto il movimento che verrà chiamato simbolista, ci dice che la natura, le cose, l'essere non si conoscono solo con gli occhi. Anzi, quello che non possiamo vedere, ma di cui intuiamo misteriosamente la presenza, è più importante di quello che vediamo.

Questa concezione si rivela in modo evidente nei suoi quadri dedicati ai fiori. Redon non dipinge corolle, steli, petali come se fosse appena stato in un prato, in un giardino, dal fioraio e avesse disposto in un vaso quanto aveva colto o comperato. No, per lui il fiore è un'apparizione: qualcosa che, coi suoi colori intensi ma soffusi e la sua materia impalpabile, sembra venire da chissà dove. Il fiore, ogni fiore, è un sogno e, possiamo dire, un miracolo. Steli e petali, allora, sono evocazioni evanescenti, creazioni della fantasia prima che della natura, simboli dell'oltre che si rivela attraverso il corporeo o che emerge dal fondo della memoria. Non a caso il fiore più ricorrente nelle sue composizioni è il papavero, emblema dell'oblio.

È una visione mistica quella di Redon? Non propriamente, perché la sua pittura non si apre alla trascendenza in senso religioso, tantomeno a una religione rivelata, anche se troviamo fra i suoi lavori temi buddisti, ma anche cristiani, come il raffinato Christ en croix della collezione Buhrle. 



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