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ELIOT/ Per riprenderci l'Aprile serve il cristianesimo

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O come la brama di cercare la vita dello spirito nei pellegrinaggi nel verso "Thanne longen folk to go on pilgrimages" ("Allora brama il popolo di partire per pellegrinaggi") che chiude l'inno celebrativo di Chaucer alla primavera, bella ma forse feroce? Come se il poeta volesse dire con questo ultimo verso: che senso ha la primavera se non è attesa, cercata, voluta dall'uomo? Ma quale uomo può pienamente e continuamente desiderare una primavera che perfora la terra e trascina il folk lontano dalle case lungo le vie del cammino, insomma tutti noi Hobbits che, se ci va bene, scopriamo il nostro desiderio della strada giusto in tempo per aggregarci alla compagnia già avviata?

Il Bimbo che è Signore del mondo ha piegato i rami del ciliegio verso il ventre della madre vogliosa, ed annunciato, con la stessa semplicità, morte e resurrezione, come se fosse così facile come per la rugiada cadere su prato, fiore e ramo.

Nel verso di Eliot stanno veramente i morti che parlano, e se il Golden Bough e From Ritual to Romance dicono il vero, e se, come Eliot prosegue a dire in Tradition and the Individual Talent, l'ordine della tradizione si modifica ogni volta che un nuovo e veritiero elemento ne entra a far parte, il verso di apertura de The Waste Land è parte integrante dell'antropologia occidentale – che è cristiana, e che raggiunge anche l'oggi. 

Apre gli occhi alla speranza, quella difficile e vera; di un melo in fiore i cui frutti restano sempre non colti in un prato incolto, e a cui le montagne orgogliose si prestano a far da corona, in una mattina di aprile.



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