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LETTURE/ Pirandello, lo scandalo e la caduta

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Luigi Pirandello (1867-1936) (Immagine d'archivio)  Luigi Pirandello (1867-1936) (Immagine d'archivio)

Il sentimento, in Pirandello, non corrisponde all'emozione: il sentimento di cui qui si parla è una postura dello sguardo, è una particolare presenza di sé: una presenza non scontata e non meccanica; una presenza viva, tanto più "cosciente" quanto inaspettata, misteriosa, imprevedibile come una ferita: «Non ho saputo prevenire il terremoto! Non è umano prevenirlo; ed è divino farlo avvenire! (…) Noi siamo uomini, niente! Tutta la nostra sapienza, niente! Tutto ciò che ci avviene: la nostra nascita, i nostri casi, il nostro destino: com'è? Non sappiamo mai come. Oltre la vita umana, costruita da noi, c'è il mondo, il mistero eterno del mondo». 

Davanti alla vertigine di una realtà che irrompe sino a questo punto, non restano che due alternative: o lo scandalo, disperatamente raccontato da Pirandello, dello scoprirsi uomini e del dover «imparare a non piangere» (il che costituisce già di per sé una forma di scioglimento tragico, quand'anche non si arrivasse al colpo di pistola), o il confronto, la lotta (una lotta che all'altezza dei Sei personaggi in cerca d'autore Pirandello credeva forse ancora di poter risolvere positivamente) con quell'emergenza umana che tanto spesso l'uomo percepisce come la propria caduta. 



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