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LETTURE/ Admeto e Alcesti, l'amore degli uomini fa invidia agli dei

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Giasone alla partenza per la Colchide (IV sec A.C.) (Immagine d'archivio)  Giasone alla partenza per la Colchide (IV sec A.C.) (Immagine d'archivio)

C'è nel mondo grecoromano, pur all'interno di un panorama variegato, una decisa insistenza sull'importanza del matrimonio. La concezione biblica presente fin dall'inizio del Genesi (2, 24) con le parole "perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e saranno una sola carne" trova una corrispondenza in diversi testi pagani sia poetici sia filosofico/politici che valorizzano l'unione coniugale come il primo nucleo della società, per la possibilità di sostituire un libero impegno ai legami di sangue e far crescere la realtà di popolo.

In particolare questo tema è caro al poeta tragico Eschilo, che vi ritorna in diverse tragedie. Le figlie di Danao fuggono insieme al padre per evitare le nozze coi loro pretendenti; ma in questa loro fuga c'è già in germe la colpa di un assoluto dispregio del matrimonio, in nome di una sorta di femminismo ante litteram, che le ancelle devote agli dèi timidamente rinfacciano loro. Raggiunte e costrette alle nozze si accordano col padre per uccidere gli sposi durante la prima notte: un patto che le lega definitivamente al ghenos, il clan di appartenenza per nascita. Tuttavia una di loro ha accettato liberamente le nozze perché ama il marito; accusata di rottura del patto quando si scopre che il suo sposo è vivo nell'alba di sangue, è assolta per la volontà degli dèi, che proteggono il rapporto nuziale. E dalla loro unione avrà origine una grande stirpe.

In un altro mito, messo in scena dal tragico Euripide, il legame sponsale porta invece alla drammatica decisione di dare vita per vita. Apollo ha un debito di riconoscenza verso il giovane re di Fere, Admeto, che l'ha accolto con benevolenza quando per punizione  di Zeus si trovava in una condizione degradata e indegna di un dio; perciò gli ha fatto dono di non morire se qualcun altro morirà al suo posto. La decisione è liberamente assunta dalla moglie Alcesti, che pure soffre nel dare addio alla casa, ai piccoli figli e al marito amato; per entrambi in realtà il dramma è la morte di uno di loro, chiunque sia dei due, perché è nella separazione il dolore. "Io e te saremmo vissuti per tutto il resto del tempo insieme – dice Alcesti – ma qualcuno degli dèi ha fatto in modo che andasse così". E Admeto: "La solitudine di dentro mi caccerà fuori, quando vedrò il letto di mia moglie vuoto, e le sedie su cui sedeva, e il pavimento polveroso per la casa"; e così saluta la sposa morente: "Attendimi là, finché io muoia, e tienimi pronta la casa, per abitarvi con me"

Gli dèi, sembra dire il poeta, sono generosi nei loro doni, ma non capiscono il cuore umano. L'immortalità, o il rinvio della morte, non può che essere pensato da loro come il regalo maggiore per un mortale, tanto che il dio della morte all'inizio della tragedia rimprovera Apollo di aver sperperato la fondamentale prerogativa divina. 



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