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PAPA/ Francesco, Cesare e Dio: l'enciclica c'è ma non si "vede"

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Papa Francesco (Infophoto)  Papa Francesco (Infophoto)

Francesco ci ha dato (anche) con queste omelie sulla corruzione un'interpretazione "retta" dell'integralità della vita cristiana, che non è integralismo enunciativo di valori cristiani, ma integrità della vita del cristiano, dentro e fuori le mura di casa, nei suoi uffici e nei suoi doveri pubblici. E non c'è elargizione di pietà "privata" che possa far perdonare, a un cristianesimo di parole, la labilità dei propri comportamenti pubblici. Vi è additata un'integrità della vita cristiana che non distingue, perché non distinguibile, un'integrità "privata" della fede dalla sua testimonianza di integrità "pubblica", di naturale estensione alla sfera delle relazioni sociali, dei diritti e dei doveri pubblici, del riferimento all'insegnamento cristiano. 

Ma allo stesso tempo Papa Francesco, in una temperie di crisi sociale e morale di cui non si possono ignorare le basi materiali di difficoltà e di umiliazione cui sono esposti i più deboli, con quelle omelie ha ricordato a tutti com'è da intendersi la missione dello Stato, della sfera pubblica nei suoi istituti politici se non vuole ridursi alla mera dimensione della potenza e della tenuta del "potere": la tutela dei più deboli, dei poveri. Lo Stato nasce, o deve rinascere oggi, sull'efficacia pubblica dei suoi istituti di solidarietà sociale; ma questa efficacia si alimenta della lealtà a questi istituti dei cittadini. A questa lealtà i primi a non potersi sottrarre sono i cristiani: venendo ad essa meno, prima ancora che lo Stato, "frodano" la loro stessa presunta fede, i loro stessi valori, esponendoli alla pubblica delegittimazione. E dando scandalo, non solo peccando. 

Un discorso forte. Per la prima volta abbiamo un Papa che più che preoccuparsi dell'otto per mille, della decima al Tempio, si preoccupa di tutto il resto, dei nove decimi allo Stato, al "pubblico" e all'esercizio, per cui deve avere i mezzi, della sua immanente finalità etico-politica. Da tempo, ancorché in crisi, questa finalità si chiama welfare, che può e deve essere sì integrata ma non sostituita da quale che sia esercizio di pietà privata; massime quando sia obolo compensativo di una disonestà pubblica. 

Una politica e una società che meditino queste parole, sapranno trovare un'anima. È in questa chiave che credo volesse proporsi l'appello comune di quei giorni di novembre con il presidente Napolitano – rivolto al Paese e alla politica – alla concordia e al dialogo; a un contesto di lealtà civica e politica allo Stato come presidio delle ragioni di tutti, e come unico viatico per uscire dalla crisi economica e sociale; logica e immediata applicazione, nella visita al Quirinale, all'agenda politica italiana della nuova sollecitudine sociale della Chiesa di Francesco, anche per il Paese dove è giunto chiamato dalla "fine del mondo".



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