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LETTURE/ Veneto, le "illusioni perdute" di una Los Angeles post-moderna

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E poi Venezia restò sempre Stato da Mar: per quanto sulla terraferma l'agricoltura e l'artigianato avessero preso importanza, il suo dna istituzionale portava verso l'Adriatico. Infatti, da un lato è lungo le coste dalmate che si trovano le cittadine più "veneziane" da un punto di vista architettonico e urbanistico; poi, ancora nel 1786 il Bailo a Costantinopoli informava che la metà delle navi che transitavano nel Bosforo erano veneziane; infine, nel 1797 vi fu chi, come il procuratore Francesco Pesaro, suggerì al Doge di trasferire la macchina pubblica a Zara, lontano dalla buriana.

Venezia non era uno Stato perfetto, un'Utopia degna di Platone o Campanella. Basta sfogliare l'elenco dei Dogi, degli Avogadori, dei Pregadi, per capire che la gestione del potere era poco veneta, e molto, anzi moltissimo, veneziana. Anche San Marco aveva la sua "casta".

Volendo addentrarci, solo per un attimo, nel terreno scivoloso delle tradizioni, basterebbe chiedere a qualche "vecio" di Padova o di Rovigo cosa ne pensa dei veneziani (e viceversa!) per capire che è ancora viva nella memoria popolare una dialettica accesa tra i "gran siori" di Rialto e il resto delle terre di San Marco.

Arrivando ad oggi, la molteplicità del Veneto e dei veneti, che rende sfuggente e sfrangiato il macrocosmo delle rivendicazioni, risiede anche nella mancanza di un centro. Il Veneto non ha quello che Milano rappresenta per la Lombardia. Venezia per molti aspetti è più provinciale di Padova o di Verona. La difficoltà a gestire spazi e servizi nella città lagunare, unita al fatto che il boom economico del secondo dopoguerra toccò meno questa regione, impedì (fortunatamente, aggiungo) la costituzione di una metropoli stricto sensu.

Il Veneto è una struttura reticolare di servizi diffusi. Basta salire sul Monte Grappa una notte d'inverno, quando la Bora soffia via la nebbia, e lo sguardo abbraccia la pianura dalle Piccole Dolomiti ad ovest fino alla laguna di Venezia ad est: non esistono più centri e periferie: il Veneto centro-settentrionale è un'unica grande macchia di luce, una rete infinita di case, strade, centri commerciali, zone industriali. Una Los Angeles post-moderna.

Forse è questa la radice del nostro disagio. Non ci riconosciamo più in spazi che ci sono cambiati addosso, e questo disorienta e impaurisce. Seguendo il miraggio del benessere abbiamo sacrificato alle lottizzazioni, alle superstrade e ai grandi discount un territorio, ricco e variegato, e un senso di appartenenza. 

Non è un caso che le istanze di autonomia da noi procedano, spesso, accompagnate dalla rivendicazione (a mio avviso in parte legittima) della dignità dei dialetti, delle tradizioni linguistiche venete su una recenziore cultura "italocratica" che ha fatto della parlata dei nostri nonni una lingua "da contadini ignoranti". I fautori della rinascita della Serenissima però, nel momento in cui propongono la riaffermazione della lingua veneta, chiamano in causa un fantasma mai esistito. Il veneto, come la pantera dantesca, lascia il suo profumo ovunque, ma non si fa mai scovare, e il discorso vale sia per la lingua orale che per i codici letterari.



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