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LETTURE/ Veneto, le "illusioni perdute" di una Los Angeles post-moderna

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Non solo. Nella provincia friulana il dialetto sopravvive parlato nelle famiglie anche dai più giovani. Nelle scuole della provincia di Treviso e di Vicenza in cui ho insegnato avrò incontrato sì e no tre o quattro adolescenti che sapessero e volessero parlare dialetto. Vogliamo dare la colpa a Manzoni? Ai Savoia? O piuttosto a generazioni che hanno ceduto a una sorta di complesso di inferiorità, abbracciando l'italiano come lingua dell'affrancamento sociale dal provincialismo veneto, sentito come limite e non come ricchezza?

Si sono rotti equilibri delicati. La provincia dei campanili, il Veneto dei seminari stracolmi e delle chiese affollate era, di fatto, una rete cellulare in cui i microcosmi, narrati con maestria da Meneghello e celebrati da Zanzotto, pur restando geograficamente e linguisticamente distinti, si riconoscevano in un mos maiorum (l'auctoritas della Chiesa, la sacralità del verbum dei "veci") e in un èpos (la Grande Guerra, la Resistenza, l'emigrazione) che fungevano da tessuto connettivo e da sostrato comune. 

Oggi dalle parrocchie si è passati alle zone industriali, dall'identità comunale all'anonimato suburbano, dal ricco sottobosco alla monocoltura di piantagione. E questo, purtroppo, è responsabilità diretta non di Roma, non dell'euro, non degli immigrati, ma di chi in questa regione ha vissuto e agito negli ultimi cinquant'anni.

La colpa di ciò che il Veneto è oggi, è, prima di tutto, nostra.

Orfano di identità e distinzioni, incrinato nella fede, periferico non più solo rispetto ai centri d'Italia, ma rispetto a se stesso, spappolato in un melting-pot di periferia industrial-residenziale, il Veneto, per un po', ha creduto di farcela. Oggi piangiamo, in tanti modi (tanko compreso), sulle spoglie di una terra-madre (ma anche di una lingua-madre) che noi stessi abbiamo contribuito ad eliminare. Se arrivasse l'indipendenza, non avremmo più alibi: dovremmo riprenderci, assieme ai soldi che paghiamo anche per alimentare le sperequazioni che di fatto esistono, le responsabilità di quello che questa terra è diventata, senza più poter incolpare Roma o il Sud. Dovremmo fare i conti con le molteplicità, indistinte e mescolate, che qua e là, tra un parcheggio e un outlet, ancora ci chiamano, tra il muro del cimitero vecchio e un filare di gelsi miracolosamente sopravvissuti, e ci sussurrano ciò che eravamo, ciò che non siamo più. 



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